Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

2 ottobre 2013

ISTANTANEA PER ANDREA PAZIENZA, 25 ANNI DOPO


Sul Venerdì di Repubblica di qualche giorno fa, l'intervista alla madre di Andrea Pazienza, antieroe del disegno italiano, autore di fumetti, cartellonistica cinematografica, personaggi come Pentothal e Zanardi, morto a 32 anni, nel 1988. 

Venticinque anni da quel giorno, quando una dose di troppo stroncò il suo fisico e la sua mente. 

Già un quarto di secolo. Non ci avevo fatto caso, qualche giorno fa, quando sfogliando quella specie di sgargiante zibaldone del Week end postmoderno di Tondelli mi ero imbattuto nel necrologio di Pazienza, amico, sodale, confidente dello scrittore anche lui prematuramente scomparso, ma per altre cause, nel 1991.

Sì, una generazione difficile quella del movimento del '77. Una generazione molto in fissa con il termine generazione. Molto in fissa con Bologna, con il Dams, con un certo compiacimento autolesionistico nel raccontarsi e nel viversi come una porzione a perdere di tempo e società. 

Artisti, scrittori, musicisti, di cui Tondelli e Pazienza furono aedi, e in un certo senso, anche se seguendo strade non del tutto simili, vittime sacrificali. 


No, non ho vissuto quel periodo. Ho saputo delle svapore, degli scazzi, dello svacco, dello spolmonare ramingo solo attraverso la lettura e quel tanto di barbaglio che può sopravvivere all'urto del tempo; quella polverina magica che illumina e ispira un certo contesto e una certo milieu e che poi si dissolve, quando il tempo passa e delle svapore non si ricorda nessuno. 

Si perdono i fili che legavano quel linguaggio alla realtà, e quella realtà alla sua rappresentazione artistica. O forse no, forse qualcosa resta, e l'impatto che ancora oggi hanno Altri libertini e le tavole di Pentothal testimonia un'adesione alle cose e alla loro unicità che ha in qualche modo vinto il tempo, anche se tutto è cambiato e ciò che trent'anni fa era leggibile come una critica e un martirio, oggi rimane in quanto storia o frammento. 

Sottigliezze, d'accordo. Fatto sta che Pazienza ha ancora molto da dire. Nei disegni, che non sono invecchiati. E sono freschi, lucenti come appena sfornati dalla penna dell'artista. E nel piccolo mito che si è creato intorno a Paz, anche se ormai è difficile scindere la montatura scenica dalla sincerità degli omaggi all'artista, che dilagano come olio sul vetro in un crescendo che spero davvero sia sorretto dall'interesse e dall'amore per la sua opera. 

Nell'operazione istintiva di totale mimesis con la propria arte, Pazienza ha giocato pesante. L'eroina, ma non solo: la bohème permanente come marchio di fabbrica esistenziale, la voglia di mandare tutto allo sfascio, senza, come nota Tondelli con lucidità lancinante, alcuna intenzione di far fruttare il talento, ma di viverlo per quello che è, per il bagliore del momento e poi chi s'è visto s'è visto. 


Tondelli cita anche Pavese, “ogni vita è quello che doveva essere”, e in fondo tanto ci deve bastare: specialmente per un artista non è possibile andare oltre la sua testimonianza e il suo lascito, e domande perbeniste del tipo “chissà che cosa avrebbe potuto ancora fare” appartengono al dominio delle chiacchiere da parrucchiere più che a un serio tentativo di comprensione. 

C'è una fatalità in fieri che va combattuta per quanto si può, ma c'è una fatalità compiuta che va solo presa come atto di chiusura. Brutale magari (la morte non sempre è una grande artista), ma l'unica possibile. Questa necessità non ha nome, ma è il punto di partenza per tentare di capire le ragioni emozionali di un uomo e di un artista. Emozionali, per quelle culturali, accademiche, istituzionali c'è sempre tempo, e c'è solo da augurare ad un autore qualunque di incappare in questi tragici tabernacoli scolastici il più tardi possibile. 

Pazienza si può dire che abbia fatto di tutto per mantenersi a distanza di sicurezza dall'imbalsamazione antologica, ma mai dire mai in questo paese di professori. L'immediatezza e la ricchezza del suo tratto hanno sì vinto lo iato culturale e ambientale che ormai ci separa dai fatti del '77, ma sono pur sempre figli di un'epoca e di un certo modo di filtrare le cose: di condensarle e di fissarle nella mobilità plastica delle sue tavole. Noi che non siamo stati contemporanei di Pazienza, che non abbiamo fatto parte di quel luogo e di quel momento, dobbiamo quindi rassegnarci a viverlo come riflesso appunto, come eco di un evento che non potremo vivere e di conseguenza capire fino in fondo. 

E' evidente però, o almeno io non posso fare a meno di notarlo, come la tensione obiettivamente distruttiva di Andrea Pazienza nasconda un secondo livello di lettura, più doloroso, dove l'arte si fa esorcismo disperato contro una minaccia che si insinua nella vita, in quella distanza che chiamiamo vita, fino a sedurla, vincerla, plagiarla nel modo più perverso: inducendola a negarsi. 

E' un gioco di equilibri che genera creatività indubbiamente, ma che costringe chi è vittima di questa creatività – l'artista – ad un continuo salto mortale, ad una spola incessante tra un polo positivo e uno negativo che può solo finire per perderlo e disgregarlo. 


25 anni fa accadde qualcosa del genere. 25 anni dopo ne stiamo ancora parlando. 

A cura di Ariberto Terragni, visitate il suo Quaderno Sepolto 

Potrebbero interessarti:





0 commenti:

Posta un commento

Lascia un commento!