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4 settembre 2013

LO SCANDALO PESSOA

Fernando Pessoa é nato a Lisbona nel 1888 ed é morto nella capitale portoghese nel 1935
Se un autore rappresenta sempre un unicum e un mistero, una sfida perduta e un enigma, Fernando Pessoa incarna il quadrato, il cubo di questa incongruenza. Solo che la sua opera è un solido a più facce, regolari, irregolari, non si sa. Facce nascoste, trame oblique, identità plurime, tutte plausibili: Alberto Caeiro, Bernardo Soares, Ricardo Reis. La verità erano i libri: tanti, pubblicati e inediti. Un'enormità editoriale distillata nel corso di decenni: libri, opere, abbozzi. Non si finisce mai di capire Pessoa, e quindi non si finisce mai di studiarlo e pubblicarlo, scoprendo ogni volta come il passo compiuto sia insufficiente e lacunoso. 

L'opera di Pessoa presuppone un inizio, ma non una fine. Così le curatele si moltiplicano, seguendo mille piste, ogni anno nuove, qualche volta contraddittorie. Nemmeno colui che è forse il massimo esperto di Pessoa, sicuramente il suo esegeta principe in Italia, Antonio Tabucchi, è riuscito a vedere completata la gigantesca cattedrale del poeta lusitano: è venuto a mancare nel mentre di questa veneranda fabbrica letteraria. Un Duomo di parole e di ipotesi interrotte. Una ricerca esistenziale che potremmo provare a definire torrenziale per la mole e sconcertante per gli esiti: un uomo fatto di letteratura. Un uomo che ha portato i limiti dell'esperienza artistica di uno scrittore ad un punto incontrollato, troppo in là rispetto a qualsiasi parametro. Nemmeno una vocazione o una passione (cose volgarissime) ma una pratica consustanziale alla sua carne e al suo spirito: qualcosa che nasceva con lui e con lui alla fine è morta, lasciandosi alle spalle un'infinita scia luminosa di poesia che però è solo il detrito, l'elemento postumo della sua arte. 

L'intensità con cui quest'uomo visse le lettere è qualcosa che fa scandalo, ancora oggi. Troppo, viene da dire. Non solo questa stramberia degli eteronimi, ma la quantità di vita sottratta all'esistenza mondana (borghese, forse) e resa senza incertezze ad un progetto intellettuale di vastità ancora incerta. Lo scandalo Pessoa è qui tra noi, ancora oggi: uno dei poeti più pubblicati del novecento, e si badi bene, pubblicati, non ripubblicati: c'è sempre qualcosa di nuovo che emerge dalle sue carte. Sempre un aspetto non ancora considerato che era sfuggito alle ricerche filologiche di vent'anni prima, dell'anno prima che sbuca fuori non si sa da quale cassetto per nascere e scompigliare le povere certezze che avevamo accumulato fino a un attimo prima.

Quando si vive un mestiere (è giusto chiamarlo così? E' riduttivo?) con questa intensità non si può più usare il verbo fare, ma il verbo essere. Pessoa è lì, nel suo lascito. E' uno dei pochissimi autori a cui ci si può riferire al tempo presente, perché ciò che ha fatto lo tramanda sempre nel qui e ora, come un indizio permanente o una pagina appena composta. 

« Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia, non c'è niente di più semplice.
Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte.
Tutti i giorni fra l'una e l'altra sono miei. »
Farraginoso, lacunoso. La coerenza intesa come unità di spazio, di tempo e di temi, non fa parte di questo universo. Chi se ne lamenta, è prigioniero di Kronos, o è abituato al solito schema A – B che la letteratura di risulta ha imposto come semplificazione delle esperienze scritte. In realtà i vuoti di Pessoa sono il tema della sua seduzione: ciò che gli consente di essere pubblicato ancora; sono le bolle d'ossigeno che lo tengono a galla in mezzo al mare della precettistica di tanti cattivi scrittori. 

Questo osservatore straniato e indifeso è un genio, perché è in simbiosi con le cose e al tempo stesso è a loro estraneo, in un gioco di tensioni uguali e opposte che lo dilaniano e nello stesso attimo lo lasciano lì, libero di capire e di arrivare al centro esatto della realtà. Questa doppia lettura che presento in modo sommario è un po' il punto di svolto all'interno dell'itinerario di Pessoa. Dotare degli eteronimi di anagrafe e di consistenza per così dire burocratica non è un semplice gioco di ruolo letterario, ma piuttosto una soluzione formale che dissolve i confini tra realtà e finzione: Bernardo Soares o Ricardo Reis non sono meno veri dello stesso Pessoa. La traccia che lasciano, il segno più o meno borghese del loro passaggio non è meno carico di materia del loro stesso autore. La sfida concettuale è forse più vicina al Rilke del Malte che non al Borges delle Finzioni. 


Alieno nel mondo che in fondo ama, Pessoa è a noi contemporaneo. Chi è fuori posto dappertutto è leggibile ovunque e in ogni tempo. E il suo valore, la sua continua scoperta, lo rende autore tra i più assimilabili alla cultura dell'oggi, ma in un senso d'eccezione e di purezza, proprio perché persistente e presente al di fuori di ogni regola commerciale: l'opera eteronima o ortonima di Pessoa non è frutto di una politica editoriale, ma di una operazione culturale di alto livello, così alto da poter essere compresa solo nel lungo periodo, a dosi controllate. 

A cura di Ariberto Terragni

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