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11 settembre 2013

Con la “pasta madre” si sfornano dolci versi folgoranti


“Cucchiaio nel sonno, il corpo/ raccoglie la notte. Si alzano sciami/ sepolti nel petto, stendono/ ali. Quanti animali migrano in noi/ passandoci il cuore, sostando/ nella piega dell’anca, tra i rami/ delle costole, quanti/ vorrebbero non essere noi,/ non restare impigliati tra i nostri/ contorni di umani”

Un verso folgorante quello di Franca Mancinelli, non a caso posto in copertina e nelle prime pagine di questo libro, Pasta madre, che ri-scopre una delle più belle e giovani promesse della poesia italiana contemporanea. E di questo “filo elettrico” che scuote la poesia della Mancinelli parla pure Milo De Angelis in una nota: “Questi versi possono avere la sapienza di chi è stato per tutto il suo tempo a contatto con la morte e ora, sopravvissuto, riesce finalmente a dare qualche notizia di lei e di tutti noi”

Magari voi non lo sapevate, ma le foglie osservano i volatili e librano per un poco, appena prima di morire. “… Gli alberi/ si piegano su un fianco/ perdono la voce in ogni foglia/ che impara dagli uccelli/ e per pochi istanti vola”

La Mancinelli ben rende la sottile linea di precarietà oltre la quale osiamo, sotto la quale (ri)posiamo, come dipinti. “Sono tornati nomadi i quadri/ scorrono come lampi rotti/ sulle pareti dove un ritmo batte/ chiodi insicuri, incerti semi/ e tu dalla mattina presto/ in piedi sulla sedia/ a cercare l’angolatura esatta/ il punto a cui restiamo appesi”. E se fossimo statue anziché ritratti? “E non saremo più calchi di gesso,/ usciremo dai volti”.

“Sono vent’anni che dormiamo/ insieme e solo ora/ so che il mio sangue/ va dal mio atrio al suo”. Personalmente non lo avevo mai capito, la scienza non ci aveva mai minimamente pensato, ma adesso, ogni volta che dormo assieme ad un’altra persona, sento questo passaggio: provateci, è un formicolìo, una sentenza vitale.

Forse la poetessa non ci ha pensato, ma a me è balzato subito alle orecchie il gioco “esca/dentro”, seppure il primo nell’accezione verbale. Riprende la (os)sessione mancinelliana di noi come cose rette da qualcos’altro, come cornici di altre visioni. “Un’esca guidi dentro/ le luci dell’estate. Uno spillo/ ci regga le pupille, ci fissi/ a una parete, decisi/ ad appartenere a una qualsiasi/ collezione della specie”. Può succedere che un quadro cada: maledizione? No, santificazione: “Ho smesso di reggere i muri/ donandomi ai crolli”.

Ogni tanto è giusto rivolgere delle preghiere laiche, un padrenostro più vero per una mensa di affetti: “Ma guardami soltanto e non dovrò/ portare tutto il bianco tra le ciglia./ Dammi i tuoi occhi e sarò salvata”. Si cresce e si diventa infanti, pronti ai gesti sacrificali: “Abbandonata ognuno/ la sua scorza, gesto dopo gesto entriamo/ bambini con un segno d’acqua in chiesa”.

A cura di Simone di Biasio


Pasta madre di Franca Mancinelli, Nino Aragno Editore, 10 euro


Franca Mancinelli è nata nel 1981 a Fano dove vive. Ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”). È inclusa in diverse antologie, tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, 2009), La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta (Ladolfi editore, 2011) e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora con riviste e periodici letterari tra cui «Poesia». Il suo secondo libro di versi è “Pasta madre”, Nino Aragno editore.


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