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25 settembre 2013

ADDIO AD ALVARO MUTIS

Qui non viene data integralmente la preghiera di Maqroll il Gabbiere. Abbiamo riunito solo alcune delle sue parti più salienti il cui uso quotidiano raccomandiamo ai nostri amici come antidoto efficace contro l’incredulità e la gioia immotivata.
Ce ne ricorderemo di Alvaro Mutis. Non solo perché è stato un grande poeta, ma perché ha lasciato una testimonianza, di artista e di uomo. Non è stato solo una penna sensibile e straordinaria quando si è trattato di narrare la meraviglia, è stato anche un fedele narratore del suo tempo, senza diventare un cronista e rafforzandosi anzi sempre di più nell'identità di poeta. 

Non so quanta agiografia pioverà su di lui in queste ore e in questi giorni. In Italia era noto solo per la sua amicizia con Fabrizio De André, che di letteratura se ne intendeva e infatti individuò nella produzione dello scrittore colombiano il miglior viatico alla fase terminale della sua opera. 

Non è stato un autore semplice, Mutis. Prima di tutto perché non si è accontentato di essere definibile, esplorando le forme espressive, radunando nei fiori della sua poesia gli echi della prosa e viceversa. Da questa operazione sono nate opere come La neve dell'ammiraglio, Un bel morir, Ilona arriva con la pioggia. E in poesia la fluviale epica di Maqroll il gabbiere. La facilità con cui questi accostamenti trovavano corpo e spazio è uno dei grandi lasciti di Mutis: la sua eredità spirituale ci insegna a non fermarci alle forme apparenti, e a cercare il bello anche nel sangue, anche nelle piaghe, come quelle che Maqroll medica nella suo malsano peregrinare tropicale. 

Ma non consideriamo Mutis un poeta dei dissanguamenti, anche se gli elementi ci sono e una qualche assonanza con Attilio Bertolucci (poeta del dissanguamento a tutti gli effetti) potrebbe anche esserci; Mutis era un latino americano, e della sua terra portava impresso il marchio speciale: di grandezza e miseria, stupore e incantamento. Il dissanguamento, se c'è, ha un altro movente. Il disgregarsi della materia non è solo un impasto di organicità e spiritualità, ma un fatto mitico, una grande metafora di non si sa che cosa. Qualcosa dovrà pur dire questo disastro. L'interrogazione della divinità non dà esiti, se non in una straniante ottica panteista, dove Dio è tutto e dappertutto e proprio per questo è impossibile rintracciarlo. 

È stato molto amico di Gabriel García Márquez e, in quanto tale, il primo lettore delle sue bozze: a sua volta, Marquez l'ha definito "uno dei più grandi scrittori della nostra epoca"
In una formula, di Octavio Paz, possiamo parlare di cerimonia della catastrofe. Tutto, anche l'agonia, ha bisogno di un rito. E il poeta colombiano ha saputo fare questo: addentrarsi nel mistero per dirci quali bagliori lo contornano; in quale modo l'agonia può essere raggelata, fermata, osservata con la fissità del qui e ora.  La fine di cui ci parla il poeta ha la maestà dei grandi eventi naturali: della vegetazione mortifera, del tuffo delle cascate. 

I suoi versi sono così: seguono il fiume, il corso d'acqua fino all'epilogo nel dirupo. Tecnicamente le sue parole sono un intarsio, un congiungersi e un accavallarsi: non seguono la linea retta del buon componimento, piuttosto spezzano la sintassi per rincorrersi, in uno stato di libertà rivolto ad un dopo permanente, un enjambement che nemmeno nei punti fermi trova requie. La frattura del sintagma trova la sua ricomposizione nel tutto della pagina. Osserviamo uno qualsiasi dei suoi Ospedali d'oltremare: sono blocchi poetici compatti e coerenti. La furia del dopo scompare e l'ottica ampia amalgama il singolo segno. 

La cadenza piana dei suoi versi è pura fatalità. Maqroll il silenzioso artefice di un destino. 

Alvaro Mutis divenne agente nell'America Latina per la Twentieth Century Fox e per la Columbia Pictures
Stavo leggendo Summa di Maqroll ieri, forse negli attimi in cui Alvaro Mutis lasciava questo mondo (la letteratura è fatta di coincidenze inquietanti). Stavo pensando che la sua poesia è una forma di preghiera. Non una messa cantata, ma un'invocazione sommessa, come una lunga sequela di fatti e suoni che si mischiano all'unto della terra per liberarla, per liberarci. L'esperienza di Maqroll è liberatoria. Perdente, ma liberatoria. La deriva di questo strano Ulisse porta frutti: a suo modo è Nessuno. Non ha fisicità, non ha voce narrante. Il suo corpo soffre piaghe e dolori, ma non ha dimensione, e la sua voce smorzata, la sua infinita pietà per l'umano si scontra con una natura abnorme e indifferente. 

Cadenza piana, si diceva. Monologante e aperta ad ogni dialogo impossibile. Preziosa, ma eccezionalmente vorace: la lingua poetica non conosce sosta, vuole tutto, vuole impossessarsi della realtà per alimentarsi. Vita e morte sono i due termini, i due agenti corrosivi che sbriciolano l'uomo, fino alla consunzione. Morale greca? Godi e sopporta. La disperanza latinoamericana si tinge di colori cuprei: la passione è l'unico antidoto al nichilismo, anche se un sano scetticismo di fondo, uno scetticismo, come dire, di attesa e di esperienza, si nasconde sotto ogni verso. 


E ora Alvaro Mutis è morto, novantenne. Servirà molto tempo perché la sua grandezza sia accostata a Lorca e Neruda. Eppure è tutto lì, scritto, altro non serve. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul sul Quaderno Sepolto

Per approfondire:

Da Barnabooth a Maqroll di Alvaro Mutis, a cura di M.L. Canfield, Contrappunto, 224 pagg, 15,90 euro






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