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3 luglio 2013

TRE ROMANZI, UNA STORIA


Una cosa ti risulta subito chiara, ed è che questo libro non ha niente a che fare con quello che avevi cominciato.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Si può passare dalla realtà a un sogno; ma è impossibile passare da un sogno a un altro sogno.
Pier Paolo Pasolini, Petrolio.

Anch'essi, di tanto in tanto, mi gettavano un'occhiata, ma non era l'ora, quella, del linciaggio. Il linciaggio era già stato forse compiuto da qualche parte durante la notte. 

Goffredo Parise, L'odore del sangue. 

Questa storia ha una prima traccia, un indizio da cui partire per un itinerario possibile. In un libro non tra i più significativi di Calvino, in una pagina tra le non più memorabili, in un articolo che sotto tanti aspetti risente del tempo trascorso (risale al 1984), lo scrittore ligure si interroga su quali siano i motivi per cui si scrive. Il pezzo, Perché scrivete, era l'occasione per rispondere ad un'inchiesta culturale di Libération, che proponeva il medesimo quesito a diversi autori. 

Calvino secondo il suo consueto canovaccio prende tempo, divaga, cita Primo Levi usandolo un po' come scudo, fa professione di umiltà, gioca a fare il difficile ma alla fine risponde, e tra le varie risposte che adduce, ne trova una che racchiude a suo modo lo zeitgeist di quell'epoca, gli anni ottanta, e getta un'ombra sui decenni a venire: scrivo perché "leggendo X mi viene da pensare 'Ah, come mi piacerebbe scrivere come X, peccato che ciò sia completamente al di là delle mie possibilità!'. Allora cerco di immaginarmi questa impresa impossibile, penso al libro che non scriverò mai ma che mi piacerebbe poter leggere." Il "calco" del libro assume così una forma cistosa che alla fine si stacca e prende vita autonoma. 

Ecco, in poche parole Calvino traccia un percorso possibile attraverso cui districarsi nei meandri del postmoderno applicato alla letteratura: un suggerimento che per varie ragioni non cadrà nel vuoto e che anzi rimarrà come un monito, un tentativo di sintesi di uno tra i periodi più controversi della contemporaneità letteraria: quegli anni ottanta passaggio da una letteratura naturalmente d'autore, ad una narrativa sempre più di consumo, sganciata dalle cerimonie dell'impegno e maggiormente incentrata sulla dinamica commerciale. Un passaggio, uno iato, sancito in qualche modo da Calvino in questo brano, ma già annunciato da almeno tre libri che si inseguirono a distanza di pochi anni: uno è dei primi Settanta, Petrolio, di cui ho provato a parlare in altri articoli per RB, mentre gli altri due sono L'odore del sangue di Goffredo Parise, e Se una notte d'inverno un viaggiatore, dello stesso Calvino, entrambi del 1979. 

Abbiamo gli elementi della sciarada. Tre libri completamente diversi. Tre autori che si conoscevano tra di loro e non sempre andavano d'accordo. Tre modi diversi di vivere la letteratura. Un'esigenza comune: andare oltre il romanzo. Per tutti e tre l'idea stessa di letteratura è in gioco e senza sapere niente dei reciproci progetti si mettono al lavoro attorno ad un comune nucleo tematico: uscire a tutti i costi dalle maglie del discorso romanzesco, che si erano fatte strette, oppresse da un sistema tecnici e teorico ormai sull'orlo del collasso. 



Calvino, coerentemente con se stesso, sceglierà la via più vicina alle probabilità di sviluppo letterario che era lecito attendersi in quel momento; Pasolini giocherà al massacro con un incompiuto e sotto molti aspetti mostruoso antiromanzo dalle implicazioni eccessive e deformi; Parise, l'ultimo, grande viscerale della letteratura italiana, proverà la strada della denudazione senza sconti, del recesso psicologico, della disamina autoptica dei resti della società italiana alle soglie del riflusso. L'ottica di Pasolini e Parise, per quanto diversa e spaiata, attinge ad un retroterra problematico, che mescola la politica e la cognizione della realtà come pura perdita: d'innocenza, ma anche di libertà.

La piega degli eventi, e il terrorismo vissuto sulla pelle come l'ultima spallata alla concreta possibilità di una democrazia compiuta, porta i due scrittori a radicalizzare la posta in palio: il privato dei due non è mai stato così pubblico, messo in mostra per antitesi e mimesi con le spoglie di un paese che ha rinunciato a se stesso in cambio di una schiavitù morbida. Pasolini gioca la carta allegorica, Parise quella fisica. L'odore della morte e del sesso come viatico alla morte arriva a livelli di tanfo in entrambe le soluzioni: il poeta delle ceneri non avrà modo di concludere Petrolio a causa della propria morte (l'assassinio di Pasolini, nella realtà, è la fine di Petrolio nella finzione, in un'osmosi complicata e terminale), Parise giungerà ad uno scacco dal suo punto di vista definitivo (non scriverà più romanzi).

Calvino, cerebrale e di formidabile fiuto editoriale, persegue lo smembramento scientifico del romanzo. Lo tratta da oggetto d'uso, lo disseziona mostrandone la tela. Ci dice che cosa vuole farne e come ci guiderà. Tutto è un gioco, e allora tutto è possibile. Se una notte d'inverno non è solo un romanzo, nemmeno tra i più popolari di Calvino: è un messaggio cifrato. La mappatura scheletrica e quasi oscena di tante sue parti è la rappresentazione mimetica di una realtà polverizzata: da un punto di vista sociale, ma anche filosofico. Tramontate le grandi costruzioni teoriche, tramontata definitivamente la chimera di libertà postbellica, non resta che prendersi gioco delle forme e di mostrare la polpa non sempre freschissima del gioco letterario. Non è un caso che sia proprio Calvino, in passato intellettuale engagè, partigiano, comunista critico, ad aprire la ferita con il fendente più secco: non c'è più niente. 

Possiamo immaginare un libro prendendo spunto da altri, comporre, scomporre, riscrivere, trascrivere. Ma la sostanza resta invariata. Il recupero più o meno creativo del repertorio tronca lo sperimentalismo, i vari ismi lambiccati, sempre un passo avanti, ma con un piede nel vuoto. Lo spazio per lo sfruttamento indiscriminato della materia letteraria è a questo punto aperto: la rimasticatura impone il genere come codificazione definitiva e invariabile, un canone potremmo dire, un canone contemporaneo che seppellisce il moderno sotto la pressione industriale della grossa produzione. Le vie del romanzo a questo punto sono finite. 



La prateria sconfinata è diventata una piccola gabbia, e guai ad uscirne. Siamo in piena sindrome Carver, lo scrittore americano che più di tutti fa della scarnificazione stilistica la sua cifra distintiva, e del suo rapporto esclusivo (ai limiti del feticismo) con l'editor la sola comunicativa letteraria lecita. Parla solo della tua prigione, non evadere da essa. Tutto ciò che esula dalla tua percezione immediata è nullo. E Carver resta comunque un grande scrittore, il problema sono i tantissimi emuli che grandi non sono. 

I tre romanzi sopra citati sono in un certo senso nati postumi. Gli autori non ne erano coscienti, ma stavano scrivendo il testamento loro e di tutta una generazione. Un'ultima pagina lancinante e insieme lirica a cui nessuno, negli anni a venire, sarebbe stato disposto a dare credito. Romanzi come Petrolio, L'odore del sangue e Se una notte d'inverno un viaggiatore oggi non li pubblicherebbe più nessuno. Il grosso del pubblico non li capirebbe, nemmeno quello di Calvino, che pure nel gioco delle parti assume il ruolo del più spensierato e commerciale: in una dialettica dai significati inamovibili e onnipresenti, la variabile del significante, il sovvertimento empirico della causa e dell'effetto non solo diventano inaccettabili, ma proprio non vengono più presi in considerazione. Che il romanzo possa e debba essere qualcosa di diverso rispetto al puro intrattenimento, a poco a poco diventa un affronto, e poi una stupidaggine. Che la letteratura sia la rappresentazione carsica e metaforica della realtà, il suo doppio allucinato e sotterraneo che opera il disvelamento decisivo, diventa materia di onanismo per filologi e cultori. 

La disperata vitalità del romanzo è diventata un fiume in secca, e il tutto nel giro di una manciata d'anni. Ai tre titoli, se ne può aggiungere un quarto, un altro reperto, simile per milieu culturale e per premesse psicologiche: La camera da letto, di Attilio Bertolucci. Romanzo in versi fluviale e fuori schema di cui mi occuperò in altra sede. Basti qui dire che la lunghezza d'onda dell'opera è simile a quella delle altre, non tanto per gli esiti, quanto per gli strumenti impiegati, e soprattutto per il fine non dichiarato: quello di avvicinare l'indicibile senza pretendere di spiegarlo. Ma il bellissimo testo di Bertolucci resta qualche passo discosto rispetto agli altri. La ragione poetica e il sapore strettamente intimistico della Camera costituiscono un'ipostasi letteraria a sé stante, per quanto l'idea di un romanzo familiare in versi rappresenti un'infrazione di codice non meno estrema e scandalosa degli altri tre libri. 

Avevo cominciato il pezzo parlando di un itinerario possibile. La traccia obliqua che Petrolio, L'odore del sangue e Se una notte lasciano alle loro spalle segna senza volerlo una linea di confine, un limite oltre il quale è successo di tutto, cioè niente. Come dice Emanuele Trevi, da un certo punto in poi la letteratura "non pensa più niente", si pone cioè in un irrimediabile al di qua dove a contare non è più la proposta dell'autore, ma la sua adesione incondizionata ai lettori e alle loro presunte aspettative, presunte perché dettate da tutto (moda, abitudine...) fuorché dalla ricerca dell'alternativa generale di cui uno scrittore degno di essere chiamato tale dovrebbe farsi testimone. Lo story teller non ha nessun interesse a spiazzare chi legge, o a tirargli qualche sana frustata. Anzi, guai. La leggibilità e l'identificazione da un certo punto in avanti diventano i cardini sui quali la letteratura si trova a girare su se stessa, con una forza tale da plasmarsi nelle forme di una duttile ma inespressiva intercambiabilità. 



Il risultato è uno scacco, un pauroso vuoto di senso riempito dalla mole di una trama ipertrofica, invasiva. Se ci limitiamo agli ultimi 30 anni, capiamo quanto poco sia stata alzata l'asticella. Quanto poco la letteratura in generale sia stata capace di prendersi dei rischi e di collezionare qualche fallimento epocale, qualche disastro dal quale ripartire. 

Solo una sequenza ininterrotta di successi e campioni di vendite. Campioni seriali per produzioni seriali. Produzioni che cioè hanno imboccato la strada della catena di montaggio rinunciando all'irripetibile bancarotta che un libro dovrebbe rappresentare.

Ci ritroviamo così in larga parte incapaci di sostenere esiti che fanno del buio e del non detto i loro parametri dichiarati: nelle esperienze parallele di Parise, Pasolini e Calvino ci si trova di fronte ad un carico di inquietudine e di precarietà che la logica da lieto fine a cui la letteratura mondiale è stata inchiodata non può più sopportare. Non può più contemplare. 

La necessità di uno schema fisso ha creato un autore/padrone che guida chi legge, con così tanta solerzia e metodicità che persino lo schiavo/lettore alla fine si è abituato tanto da non tollerare più le aperture, le arbitrarietà, le incoerenze che certi romanzi adottavano come misura del mondo, proprio perché il mondo e la vita non possono essere spiegati se non a partire da tali aperture, arbitrarietà e incoerenze. 

Gli elementi dell'unicità. Gli elementi maggiormente avversi alle omologazioni di ogni tempo. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul suo Quaderno Sepolto.

Mentre Vado Via é l'ultimo romanzo, in self-publishing, di Ariberto Terragni.












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