Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

11 luglio 2013

LA VERSIONE DI BELLOW


La letteratura spesso è una dichiarazione di stallo e di insufficienza. Difficile scrivere un bel libro a partire da una certezza o da una vittoria. Il luogo neutro che sta alla base di tanti capolavori è spesso una zona grigia, un'ombra invadente che si diverte ad esasperare l'autore. Possiamo chiamarla magnifica ossessione, oppure vocazione, poco importa. Un romanzo importante come Herzog di Saul Bellow appartiene a pieno titoli ai grandi classici contemporanei, e non fa eccezione in termini di precarietà e dubbio esistenziale. 

C'è un intellettuale, Moses E. Herzog, reduce dal secondo divorzio, al palo per quanto riguarda attività accademica e letteraria, che si interroga su ciò che resta di se stesso, alle soglie della mezza età e con tutti i ponti bruciati alle spalle. Scrive lettere che non invia, ai vivi e ai morti, perde tempo, cincischia, non sa che cosa fare di sé. Ha la sensazione che la sua vita sia stata solo un equivoco, dove gli errori non hanno fatto che appoggiarsi uno all'altro, senza produrre nient'altro che sbagli e malintesi. 

Il romanzo si propone come profonda interrogazione personale, come confessione in pubblico, ma anche come spaccato di un tempo e di una società (una certa America finta liberale a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta) in penoso ritardo su se stessa. L'analisi che Herzog compie è dolorosa, in qualche caso apertamente autopunitiva, pervasa dalla percezione razionale del non senso fino ai limiti di una pungente ironia, di stile tipicamente yiddish. Va tutto male, e allora? 

L'interregno in cui l'autore fa precipitare il suo eroe, è la fase a maggese della vita, il non luogo, il non posto in cui provare a mettere insieme i pezzi. Poco importa il risultato, ciò che conta è capire di essere ancora vivi e di avere ancora gioco. 

Molto prima del Barney Panofsky di Richler, Saul Bellow già conosceva e praticava i luoghi della memoria, dove il ricordo è una mappa concettuale, un peso, ma alla fine anche la chiave della propria riconciliazione con la vita che, sembra dirci l'autore, non è forse un granché, ma è tutto quello che abbiamo. Anche Moses Herzog è a suo modo un personaggio politicamente scorretto, anche lui ha sbagliato, mentito e ancora sbagliato: in ogni dialogo, in ogni lettera si apre la finestra su un processo mentale sofferto, su una pratica al ragionamento che non è mai gratuita, ma sempre (e un po' ossessivamente) innervata su una logica interna ferrea, spietatamente coerente.

Herzog è la vittima di se stesso. La carneficina a cui si sottopone è di tipo graduale. Il massacro c'è, ma è uno stillicidio autoprocurato. E la riflessione vede il protagonista come soggetto irrimediabilmente a perdere del processo dove egli stesso è difesa (poca), pubblica accusa, giudice e giuria. Un che di compiaciuto fa forse parte del retroterra di Bellow, che nel designarsi come vittima di se stesso, del fato e del mondo intero non compie però il peccato di autocommiserazione (non potrebbe, punendosi), ma va oltre, in cerca di purificazione. Il romanzo è una disperata lotta con i mattoni che Herzog porta sulle spalle. Una lotta occulta, non dichiarata. 

Ad un primo livello ci sarebbe la tentazione di individuare in Bellow il padre putativo di Richler e persino di Woody Allen, ma sarebbe una spiegazione sommaria, ossia non spiegherebbe niente: magari qualcuno più informato di me potrebbe rintracciare uno spirito guida, una matrice culturale che sta a monte di tutti e tre, e che in tutti e tre produce gli effetti di pena e castigo vissuti come catarsi. Un fattore della cultura ebraica che ha stimolato in tutti e tre la stessa reazione critica oppositiva? Non posso esprimermi con cognizione di causa, ho solo un sospetto. 

Il gioco di specchi incrociati ha sempre al centro della narrazione un io, quello di Herzog, che riflette in immagini deformate la realtà: vi rientra, in questa combinazione solo all'apparenza fortuita, l'essenza del progetto narrativo di Bellow, che ha trova nella realtà il materiale plastico con cui interagire e giocare. Così la percezione è solo un fatto di stati d'animo: per sommi capi, bisogna per forza guardare il mondo con occhi nuovi, perché tanto il mondo non cambierà mai. E' invariabile a livello ontologico. La rivoluzione è del singolo, che però può farla solo su di sé. 


Nel finale, Herzog decide che non ha più bisogno di scrivere lettere. Il suo percorso personale è arrivato al termine, ossia è tornato al punto di partenza, ma con quel tanto di vissuto e di meditato in più da consentirgli di individuarsi meglio. L'omonimia di Moses con uno dei personaggi minori dell'Ulisse Joyciano è probabilmente da intendere come un omaggio, ma il parallelo tra le opzioni filosofiche dei due personaggi (e le conclusioni non troppo diverse) suggeriscono forse qualcosa di più. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul sul Quaderno Sepolto

E' uscito, in free publishing, Mentre vado via, il nuovo romanzo di Ariberto Terragni.



Herzog di Saul Bellow, Mondadori, 406 pagg, 10 euro


0 commenti:

Posta un commento

Lascia un commento!