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17 luglio 2013

CINA E ALTRI ORIENTI, DI GIORGIO MANGANELLI

Giorgio Manganelli nasce a Milano nel 1922, muore a Roma nel 1990
Mi appresto a parlare di un libro che non ho ancora letto, ma di cui conosco bene l'autore. Esperimento strano, forse non del tutto corretto, ma qualcosa mi dice che devo farlo comunque, forse per semplice avvicinamento personale all'opera, forse perché ci sono cose che vanno scritte e basta, senza troppi preamboli. Solleviamo il velo, scopriamo l'autore.

Giorgio Manganelli è uno di quegli scrittori difficili da incasellare. Vario, vasto, camaleontico. I generi li ha padroneggiati tutti proprio perché non ne aveva mai fatta una questione di genere. Lui era un osservatore, o meglio un intellettuale che metteva l'intelligenza al servizio di un'osservazione acuta e mai pedante. Leggera e mobile in curiosa controtendenza con una mole da peso massimo e una spiccata tendenza a non lasciarsi troppo prendere dal flusso delle cose. 

Tra le tante esperienze di scrittura cucinate nelle casseruole di Manganelli, anche quella del viaggio: pratica scoperta tardi, e forse di malavoglia, che però lascerà, specie nell'ultima fase, un segno profondo nel suo percorso. Da questa vena emerge con prepotenza Cina e altri orienti, che Adelphi ripropone ora nel suo catalogo: un libro che non ho ancora letto appunto, ma di cui non fatico a presentire le tracce di un cammino insieme iniziatico e a ritroso nella memoria personale, dove l'autore mescola sé e gli altri, con qualche pratica scombiccherata (di cui inviarsi lettere d'incoraggiamento è solo un esempio) e la rara capacità di assimilare l'esistente come se fosse una sostanza nutritiva. 

Si parla di Cina nel titolo, ma gli orienti attraversati sono anche altri: l'Iraq, il Pakistan, Taiwan, Filippine, Malesia... il campionario dello scrittore si allarga come una macchia d'inchiostro su un foglio poroso, e il senso dell'indagine si sviluppa in mille direzioni. Dagli odori alle visioni, dalle repulsioni ai momenti d'incanto che il caso dissemina lungo la strada. Manganelli di solito è uno dei primi a rendersi conto di avere a che fare con lo stupore: una dote che affiora in modo spontaneo solo in pochi scrittori, di solito tutti cerebrali. 

Le cronache di Manganelli sono perlopiù incontri intellettuali. Il genius loci che si confronta con il disperato bisogno di vita (disperato, ma sotterraneo) di questo scrittore così poco conosciuto e pochissimo letto, un'anima errante che aveva capito come la bruttura e la stupidità non fossero da negare, ma da attraversare, con lucidità e ironia. Credo sia questa una delle principali ragioni per cui leggerò con interesse Cina e altri orienti. Insieme al bisogno di capire quale rotta avesse intravisto l'autore tra le sabbie dell'Iraq e il caos di Calcutta. C'è forse una parentela con i percorsi paralleli di Moravia e Pasolini, anch'essi grandi viaggiatori e cultori del sapere d'oriente? Forse leggendo questo reperto letterario sarà possibile capirlo. 

Scrittore, critico letterario, giornalista, Giorgio Manganeli ha avuto il merito di scoprire Alda Merini
Di certo i tempi sono molto cambiati rispetto agli anni di questi brani. Dai Settanta ad oggi si può tranquillamente dire che sia accaduto di tutto, compresa una radicale rivisitazione dell'idea di viaggio: se prima la massima ambizione era il "diventare Nessuno" (sulla falsariga di Ulisse) oggi ci troviamo con una selva di anime ansiose di "diventare qualcuno", che se vogliamo è il modo peggiore per capire una cultura e un paesaggio, oggetti di contemplazione complessi e resistenti, verso i quali al massimo ci si può rapportare come un refolo di vento con una foglia attaccata all'albero. Non erano anni di resort e zoo safari, e comunque i safari erano faccende ancora abbastanza serie: si viaggiava con qualche rischio in più e con molta boria in meno, almeno tra gli intellettuali che ancora usavano il viaggio per capire e per capirsi.

Da Manganelli è sempre lecito aspettarsi qualcosa di spiazzante, ma anche altri spiriti inquieti, oltre ai già citati Moravia e Pasolini, hanno battuto rotte lontane per provare a ribaltare gli assunti logori e scontanti dell'occidente: mi viene in mente Bruce Chatwin, per esempio. Anche lui fanatico degli appunti, anche lui afflitto da una strana dromomania che lo ha sbalzato ai quattro angoli della terra. 


"Il problema di fare un viaggio" scriveva Manganelli "é che rischi di arrivare". Una frase di squisita umiltà, ma anche un modo per lasciare una finestra aperta sul vuoto, su ciò che non si conosce ancora. Una forma di onestà intellettuale se preferiamo, che nulla dà per scontato e tutto è pronta ad assorbire. Quel che è certo, è che nelle pieghe di un intuito prensile come il suo, sicuramente saranno rimasti impigliati molti gioielli. 

A cura di Ariberto Terragni, visita il suo blog Il Quaderno Sepolto

E' uscito, in free publishing, Mentre vado via, il nuovo romanzo di Ariberto Terragni.



Cina e altri Orienti di Giorgio Manganelli, Adelphi, 346 pagg, 22 euro







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