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27 giugno 2013

QUARANT'ANNI DI ESORCISTA

Il 19 giugno, per un solo giorno, la versione digitale e director's cut de L'esorcista é stata nelle sale italiane
Nel 1973 finivano le riprese de L'esorcista. L'incubo per eccellenza, il film diretto da William Friedkin e tratto dal romanzo di William Peter Blatty; un film appunto, ma anche un fenomeno sociale a cui è successo di tutto e che ha fatto succedere di tutto. 

Censura, ribrezzo, imbarazzi ecclesiastici, ma non solo, stiamo parlando di una pellicola che forse ha riportato sulla scena pubblica un grande protagonista della storia dell'uomo: il Male. E lo ha fatto senza mezzi termini, incarnandolo nella forma prestorica di un demone e di una possessione, di una ricerca interiore e di un rito di passaggio. 

In senso religioso per chi crede, ma anche in senso laico, in quella particolare accezione di accadimento negativo e non molto spiegabile che ritorna a intermittenza nella narrativa umana. 

Dopo quarant'anni siamo ancora qui a parlarne, a vederlo, a rimanere turbati: L'esorcista non ha perso smalto nel corso del tempo, nemmeno in epoche di sangue facile e hardcore di massa, nemmeno in un'epoca che ha fatto dell'assuefazione al terrore una delle sue cifre distintive più squallide e lugubri. 

Le ragioni di questo successo non sono facilmente individuabili, ma di certo l'aver posto la questione esorcismo e il dualismo bene/male in un'ottica essenzialmente etica (tutti i personaggi sono caratterizzati da una tensione morale variamente vissuta) ha contribuito ad ampliare l'ottica del film stesso, sottraendolo alla nicchia del genere per consegnarlo ad un panorama più vasto, ad un fatto comunicativo. 

Ad aumentare la già abbagliante aura del film, contribuirono una serie di incidenti durante le riprese
In qualche modo la storia di un ritrovamento misterioso, di un demone che si impossessa di una ragazzina, di un sacerdote intelligente e tormentato che lotta per salvarla ha agito e agisce su pubblici diversi per età, cultura, ormai anche per epoca storica: agisce per la capacità di trasmettere un'inquietudine primordiale, sapientemente somministrata attraverso una regia solida, sobria, giocata sulla doppia chiave evidenza/reticenza. 

Al di là della tematica, L'esorcista resta un saggio di regia, uno dei vertici dell'espressionismo anni Settanta, alcune inquadrature sono dei quadri in movimento, degli squarci che ricordano ora Bosch ora Magritte (l'arrivo di padre Merrin nella casa), che rendono il tentativo in sé un unicum, qualcosa di mai più osato da altri e nemmeno da Friedkin stesso.

Ad aumentare la già abbagliante aura del film, contribuirono una serie di incidenti durante le riprese, un incendio, problemi di salute degli attori, che accentuarono in modo irrimediabile il clima di maledettismo che già si stava creando; una spirale di paranoia e in qualche caso di isteria collettiva che accompagnò le prime proiezioni. 

La colonna sonora del giovanissimo Mike Oldfield, quelle ipnotiche Tubular Bells (più brani di Jack Nitzsche e Krzysztof Penderecki), diedero il tocco finale ad una miscela che nel tempo si sarebbe imposta come modello di stile e tratto saliente di un certo modo di fare cinema: un modo coraggioso, che personalmente inserisco nella categoria dei vari Scorsese (prima maniera), Bertolucci, Herzog e altri visionari dei Settanta. 

Linda Blair e William Friedkin
Oggi, dopo quarant'anni esatti, si prepara il ritorno al cinema dell'Esorcista, con un accurato rifacimento digitale e l'aggiunta di alcune scene inedite, e per tutti una domanda, magari oziosa, ma sotto molti aspetti necessaria: che cosa ha ancora da dirci? 

Le risposte potrebbero non essere scontate. Magari al pubblico più giovane potrebbe non dire più nulla: oltre all'assuefazione di cui sopra, la modalità per così dire analogica del film, i suoi dialoghi, il suo sviluppo cronologico, sono elementi in netto contrasto con la variante digitale e a rapidissimi frame della narrativa contemporanea, debitrice di videogiochi e videoclip più che di Magritte e Bosch. In altre parole L'esorcista, con il suo codice formale non da poco, rischia di presentarsi con un alfabeto fuori sincro rispetto alla grammatica di oggi. 

O forse no, forse è vero che la luce cupa che il film emana (e che secondo me continua ad emanare) racconta ancora di paure recondite e insicurezze indicibili. Di sicuro non ci saranno svenimenti, convulsioni e crisi di vomito come ai tempi delle prime proiezioni, ma fatta la dovuta tara sarebbe doppiamente inquietante scoprire di avere ancora qualcosa da temere da un film, di sentirci disturbati, scossi, o anche solo semplicemente infastiditi. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul suo Quaderno Sepolto


L'esorcista di William Peter Blatty, Fazi Editore, 400 pagg, 19 euro in versione cartacea, 9,99 euro in formato ebook



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