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15 maggio 2013

LA SOLITUDINE DI CHEEVER

John Cheever e sua figlia Susan nel 1976
Un grande evento letterario della stagione 2012/2013 si è già consumato, con una certa distrazione, lo scorso novembre. Sono i diari di John Cheever, scrittore americano considerato uno dei maestri della short story, autore di almeno due prove più lunghe importanti, Gli Wapshot e Falconer, oltre al celebre racconto Il nuotatore. Questo è il suo journal, malamente tradotto in italiano, da Feltrinelli, con il titolo Una specie di solitudine, il tutto impiattato in una copertina discutibile dove troneggia un'incongrua e volgarotta fotografia di Sam Taylor-Wood. 


Come apriamo il libro, ci troviamo di fronte ad una prima sorpresa: le note di Cheever non hanno data. Sono pensieri che fluttuano nel bianco delle pagine; isole di parole. Il nesso che scocca subito o quasi non è di natura diaristica, ma si apparta nei pressi, in quel limbo che sta a metà tra l'autobiografia e la confessione: il Mon cœur mis à nu di uno scrittore molto più grande di Cheever, Baudelaire, che della prosa intimistica fece spettacolo volutamente osceno e deflagrante, imbastendo il denudamento pubblico della propria persona, senza risparmiarsi nulla, giocando anzi sul piacere oscuro dell'auto umiliazione o della propria messa al bando. 

Ecco, Cheever non osa tanto. La sua ricerca ha tratti di autoreferenzialità, ma senza mai scavalcare il canone borghese della decenza e del decoro familiare, cosa che Baudelaire fece fino in fondo nei termini di una battaglia insieme politica e personale che non doveva e non poteva fermarsi allo sfogo privato, al colto cahier intimo di un genio letterario. Cheever, e qui sta un primo livello del suo dramma, implode. Tante pagine sono intrise di pianto per se stesso; la lamentatio prende la mano allo scrittore fino a diventare la nota di basso che accompagna le notti e i giorni del suo decorso di alcolista incallito, di marito frustrato, di padre a intermittenza, di bisessuale dichiarato a se stesso ma non al mondo. 

Le promesse a se stesso sono un altro motivo ricorrente delle sue osservazioni, insieme a riflessioni elementari su Dio e sulla redenzione, sul bisogno d'amore e sull'impossibilità di vivere se stesso fino in fondo. Ma, come dire, il fascino magnetico di queste pagine sta altrove. Di certo non nell'armamentario teorico, che è di livello basso e rimasticato. Dove allora? Ci arriviamo tra poco. 

La narrazione interna del diario (perché uno sviluppo c'è, siamo di fronte ad una prosa serrata) è schiacciata su una prospettiva monodimensionale: si può dire che nei trent'anni in cui si articolano le note non succeda niente. 

I figli, il rapporto con la moglie, un lungo soggiorno a Roma sono eventi esterni che non alterano il ritmo, il battito interno della vita dell'autore: la lotta con i bicchieri di troppo, le tentazioni omosessuali e in generale un rapporto bulimico e ingordo con il sesso (un rapporto mai risolto, mai spiegato, ma solamente evocato sotto forma di desiderata mai o quasi soddisfatti) sono gli ingredienti che a fasi alterne e con diversi dosaggi si scambiano di ruolo nel gradiente delle percezioni dello scrittore. Il conflitto che ne scaturisce non è mai risolutivo, ma trova soluzioni provvisorie in una complessa dinamica tautologica, una serie di traumi che scombussolano gli elementi in una tempesta emotiva dopo la quale tutto torna esattamente com'era prima. Un daccapo continuo che solo a volte, e con poca lucidità, sembra essere rilevato da chi scrive. 

John Gardner considerò Cheever "uno dei pochi scrittori che si possono definire dei veri artisti. La sua opera spazia da competente a impressionante sotto tutti i punti di vista .."
E' veramente John Cheever l'uomo che abbiamo davanti? Domanda ottusa, ma necessaria. Scrivere è finzione; scrivere di sé, finzione al quadrato. E la buona fede non c'entra. Semplicemente, non c'è risposta a questa domanda. Lo smottamento tra la verità dell'uomo Cheever – il suo complesso di pregi e difetti, di tensioni e rilassamenti – e l'immagine impressa nelle pagine del diario non è rilevabile dal lettore. Non è rivelabile da chi lo ha conosciuto, non è rivelabile dall'autore stesso. Sappiamo che uno scarto c'è per forza, ma questo è tutto. Non sapremo mai se Cheever è davvero l'uomo tenero e mercuriale, fragile e sbandato che leggiamo pagina dopo pagina.

Ma, ed è questo il punto, è un diario che non si può fare a meno di leggere. Di più: è l'opera di un vero artista. Ci sono pagine di bellezza lancinante, descrizioni vere, così vere da essere insostenibili, percezioni acutissime, raffinate, riflessioni impreviste, che bucano la pagina e il cervello del lettore. Viene da dire: sì, è proprio così, mio Dio, è maledettamente così. E tutto questo, sotto le spoglie di una veste formale appena sufficiente; sotto l'apparenza di una lunga, sgangherata divagazione fatta da un ubriacone. Nel sotto testo di una confessione senza sconti e qualche volta indecente (ma senza farsi politica e definitiva, come in Baudelaire) c'è tutta la freschezza di una prosa inventiva, genuina, che si è fatta e formata in corrispondenza di tutte le anse della vita, proprio tutte, e senza mai prendere scorciatoie. Cheever è scrittore per istinto. Scrive così come potrebbe mangiare o dormire; lo è perché è naïf, di prima mano, senza alcuna protezione di fronte all'enormità del dono che ha ricevuto. 

Questo eccesso di verità, dietro il tentativo un po' goffo di autoassoluzione e dietro la scorza di strumenti culturali circoscritti, genera il terribile equivoco di un uomo spaventato da se stesso e da ciò che va componendo nelle folgoranti cognizioni di realtà che si accumulano nei suoi quaderni. Una maledizione, ma anche una rivelazione: i contorni delle cose restano appannati per chi scrive, ma sempre più nitidi per chi legge, e viene da dare ragione a Cesare Garboli quando sostiene che la scrittura è cecità e la lettura è luce. 

La dialettica sostanzialmente negativa che si instaura in questi diari (tra lo scrittore e se stesso, tra lo scrittore e il lettore) si dà come dono: ricco, contraddittorio, sofferto dono che l'autore mette a disposizione senza chiedere niente in cambio; un'offerta dichiaratamente a perdere, e per di più postuma, quando il dado sarà già bell'e tratto e per il Cheever uomo, artista, marito e padre non ci sarà più niente da fare. 

Ancora la stessa domanda: dov'è l'artista? Abbiamo dei dati anagrafici. Abbiamo una biografia sommaria. Abbiamo un grosso tomo di cinquecento pagine abbaglianti e cupe. E sappiamo che l'autore è qui, ed è altrove, è il poeta ed è la sua negazione. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo Quaderno Sepolto

Mentre vado via é l'ultimo romanzo di Ariberto Terragni, pubblicato in self publishing. Potete leggere la recensione di Claudia Peduzzi sulla vostra panchina.



Leggete la sezione dedicata agli AUTORI

Il libro del post:


Una specie di solitudine. I diari di John Cheever, Feltrinelli, 504 pagg, 20 euro


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