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2 maggio 2013

J.D. SALINGER: SESSANT'ANNI DI NOVE STORIE

J.D. Salinger nasce a New York il primo gennaio 1919, scompare il 27 gennaio di tre anni fa
Le cose che possediamo di J.D. Salinger non sono molte. Il giovane Holden, quel mitico Catcher in the rye che ha conquistato o ossessionato generazioni di lettori, Franny e Zooey, Alzate l'architrave, carpentieri, Seymour. Introduzione, più una manciata di uncollected stories in lingua originale. 

Ci sono i racconti, poi. Nove per l'esattezza. Nove storie che sono nove pietre preziose nell'oceano della letteratura del novecento. Nove pezzi pregiati che l'autore stesso scelse tra i numerosi contributi che aveva offerto a varie testate, tra le quali il New Yorker's e Harper's: lì dentro, c'è l'essenza della fiction.

L'avventura editoriale dei racconti di Salinger non fu semplice. L'editore inglese della prima edizione trovava banale il titolo scelto dallo scrittore, un essenziale e stringato Nine stories che secondo gli esperti di marketing non avrebbe conquistato i lettori generici: fu avanzata allora un'ipotesi di titolo che suonava più o meno Per Esmè, con amore e squallore e altre storie, con la ripresa di uno dei titoli dei racconti. Siamo nel 1953. Sono passati sessant'anni da quel giorno. 

Salinger accettò il l'imposizione editoriale, senza troppi entusiasmi, salvo poi rendersi conto che quel titolo andava male, malissimo per quello che in seguito sarebbe diventato il piccolo breviario della sua arte. 

Sono racconti magistrali ed enigmatici. Hanno per protagonisti bambini: bambini saggi e disincantati: la piccola Sybil, un angelo della morte, o Jimmy che è addirittura invisibile o ancora Teddy, guru imberbe carico di saggezza zen. 

Molecole nel liquido della vita, con i suoi personaggi secondari, i suoi protagonisti, i millantatori, le comparse che si incontrano in un bar o per la strada. Salinger ha il dono della semplicità, che non ha nulla a che vedere con la facilità, ma si pone anzi al suo opposto, in una dialettica oscura, in qualche caso misterica. I nove racconti sono nove enigmi che non smettono di parlarci. 

Ritratto per Vouge America all'apice della notorietà per Il giovane Holden
Salinger ci fa piombare nel mezzo delle situazioni, così come nella vita di tutti i giorni possiamo venire a conoscenza di un brandello di discorso o possiamo captare di sfuggita lo scampolo di un dialogo. Non sappiamo esattamente dove siamo e perché siamo lì, ma sentiamo di esserci sul serio, sentiamo che quella è la vita; non la sua rappresentazione, proprio la vita, con le sue sfumature e contraddizioni. 

Non c'è la facile via di fuga del lieto fine, non c'è nemmeno una fine, c'è solo il flusso indistinto delle cose che vanno e vanno, e si muovono in circolo, secondo uno schema che è di matrice classica oppure orientale, troppo distante comunque dalla teleologia un po' d'accatto che tanta letteratura ha assunto come parametro economico e morale della sua opera. 

No, Salinger ci insegna qualcosa di diverso. Lo fa dire a Teddy: “La gente pensa che le cose finiscano. E invece no.”

In questa intuizione c'è qualcosa di grande. Forse di rivoluzionario. Mi spingo ancora oltre, sempre nel solco della matrice classica di questo bellissimo assunto: ci sono saggezza e umiltà. 

Aprendosi a tutte le possibilità della vita, l'autore rende le sue storie universali, e potenzialmente infinite: le possiamo leggere in mille modi diversi, capendo o non capendo cose differenti ogni volta, cogliendo o respingendo sfumature. In ogni caso, ampliando la nostra gamma percettiva. 

La prima edizione de The Catcher in Rye
Leggere Salinger significa prima di tutto allenarsi come lettori: nutrirsi e allo stesso tempo capire quanta fatica costi la semplicità; quanto lavoro duro e senza sconti serva per arrivare ad un risultato levigato e preciso, ma anche nudo e privo di sovrastrutture. 

Per questo le opere di Salinger possono anche non incontrare favore immediato, specie oggi. Lui non si serve di effetti speciali e la dinamica della sua espressione ha in sé qualcosa di necessario e cogente che non ha parentela con il mondo dei trucchi letterari, ma che ha a che fare con la crudezza dell'esperienza. Quella, e basta. Conta vivere, e vivere per raccontare. Se questo insegnamento sia il lascito della sua esperienza bellica (fu uno dei primi ad entrare in un campo di concentramento) non lo sapremo mai.

In coerenza con una visione della vita schietta e onesta, Salinger si tolse dalla mischia molto presto. Il suo ultimo racconto pubblicato sul New Yorker risale al 1965, la sua ultima intervista al 1974, occasione in cui dichiarò di scrivere, ma senza sentire la necessità di pubblicare. Appare chiaro che gli inediti ci sono, da qualche parte, ma realtà e chiacchiere si confondono, specie quando tanti personaggi tentano di speculare sulla grandezza altrui. 

Ad ogni modo quello che abbiamo, oggi, è un patrimonio importante. Più che sufficiente a farci capire la ricchezza morale di questo autore. Da leggere, ma soprattutto da rileggere. Tenendo presente che non lo leggeremo e non lo capiremo mai abbastanza. 

A cura di Ariberto Terragni, visitate il suo Quaderno Sepolto 

E' uscito, in free publishing, il romanzo di Ariberto Terragni, Mentre vado via.



 Nove racconti di Jerome D. Salinger, Einaudi, 230 pagg, 11 euro


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