Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

20 maggio 2013

BLOCK NOTES DI UN SALONE DEL LIBRO #1



Umberto Eco è nella sala d'attesa di Italo. Un po' scarmigliato, si confonde nella piccola folla di viaggiatori del sabato mattina. Capisco di essere sulla pista giusta: il Salone del Libro di Torino.


C'è una specie di incongruenza tra la conclamata crisi libraria e culturale del nostro paese e la calca che invade ogni singolo metro quadro della fiera. Il blocco di cemento e acciaio che ospita l'evento, il mitico Lingotto, racconta di un passato ormai rubricato sotto la voce archeologia industriale. Un'Italia pre crisi, difficile da capire con i parametri di oggi. Vespe e Seicento, classe operaia e boom economico. 

Il curioso accostamento tra due realtà in profondo mutamento, quella di due industrie che hanno fatto la storia del nostro paese - quella automobilistica e quella editoriale - e che ora versano in pessime acque, non so se possa dirsi affinità elettiva o semplice giravolta del caso. Quel che appare evidente è il flusso senza fine di volti, fisionomie, coaguli di persone che ribollono tra uno stand e l'altro, a caccia di libri forse, o forse solo alla ricerca di un pomeriggio diverso nel marasma di una grande fiera. 

La Mostra è cieca e muta. Ottunde i sensi, riverbera una strana luce sintetica, un vortice di movimento senza meta tra paesaggi ripetuti e sembianze intercambiabili. Per paradosso - ma forse anche per vocazione - l'assembramento del Lingotto si propone come antitesi secca degli attributi canonici della lettura: il silenzio, la quiete, la concentrazione. Credo, altro paradosso, che al Salone si vendano pochi libri. 

Non perché manchino le occasioni, (anzi, il Libro come oggetto è celebrato in pompa magna, mai visti tanti libri tutti assieme) ma perché la vendita finisce per diventare un momento periferico di questa esperienza. Il libro c'è, ma è come se rivelasse solo la sua facciata esteriore, o fosse solo una conseguenza dei veri protagonisti dell'evento: gli editori, gli scrittori e i lettori. Il libro è il portato di questo incontro, non la molla che fa scattare il meccanismo. 

In una società impostata sulla tecnologia della distanza, di cui i social network non sono che il frutto più vistoso, la folla anacronistica di lettori e curiosi assiepata lungo le geometrie industriali del Lingotto rappresenta qualcosa di vero e diretto; un passante può dire: sì, ho provato questa esperienza e sì, il contatto con scrittori e altri lettori è davvero possibile, anche in senso fisico, e non solo nella veste virtuale (ma quanto sa di modernariato lessicale questo aggettivo che andava di moda vent'anni fa?) e un po' qualunque del positivo/negativo digitale. 

Gli spazi per gli e - book ci sono, ma sono oggettivamente fuori contesto. Quasi, mi viene da dire, non hanno senso in un calderone che la loro perfetta efficienza mediatica semplicemente non contempla. Negando la distanza tra libro e lettore, e negando lo spostamento e l'attesa come momenti fondanti della lettura, gli e - reader si escludono dall'evento. Come qualsiasi fenomeno di pura tecnica, gli e - reader non possono ammettere l'esistenza di tutto ciò che va al di fuori del loro parametro. 

Se la logica della lettura elettronica venisse estesa fino alle sue estreme e inevitabili conseguenze, occasioni come il Salone del Libro non esisterebbero. L'esperienza fisica, insisto, in quanto categoria sfuggente, difficilmente classificabile, confusa, fallibile, dispersiva, verrebbe in automatico assimilata ad una voce in passivo, e quindi eliminata. 

Con la pretesa della sintesi che in realtà offre solamente un surrogato, quando non una parodia, l'e - book si pone ad un altro livello di divulgazione, che non è più quello della lettura (fatto culturale) ma è quello del tutorial (fatto informativo). La differenza è decisiva, ma rischia di rimanere sospesa e un po' in odor di accademia se non viene sperimentata attraverso l'urto con il popolo dei lettori. Un popolo che per quanto ho avuto modo di vedere rappresenta, oggi, quello a più alto tasso di civiltà ed educazione, anche quando lo spazio scarseggia e gli spostamenti sono disagevoli. 

Quando la concentrazione di persone è alta, è quasi fisiologico che gli argomenti si accavallino e si aprano spiragli per altro: autopromozioni, pubblicità, improbabili concioni politiche. Sono spie, infiltrati, quel che rimane alla fine del mercato. Sono anche il segnale di una vitalità magmatica e un po' selvaggia che rende questi giorni il centro di qualcosa, nel bene e nel male, dalla colta curatela all'infimo istant book. 

Non so ancora se interpretare questo brulicare alle soglie del libro come un punto di partenza, o come un punto tra i tanti nel disorientamento generale di questi anni; a differenza di tanti araldi, non riesco a individuare svolte epocali ad ogni giro di giostra, ma solo segmenti, parti di un discorso, molecole in attesa di aggregazione. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul suo Quaderno Sepolto.









2 commenti:

Claudia Peduzzi ha detto...

Ho visitato il salone una sola volta e non ne ho un buon ricordo. Proprio come hai rilevato mancano le qualità essenziali che personalmente associo ai libri e alla lettura: il silenzio, la concentrazione, la quiete. Le persone si accalcavano per poter dire: ho visto il tale, ho visto il tal altro o per strappare un autografo. Io non ho comprato niente ed è strano per una che in media compra più di un libro a settimana e se entra in una libreria non esce mai a mani vuote. Aspetto i vostri articoli per vedere se effettivamente mi sono persa qualche cosa o se in realtà ho perso solo una piacevole occasione per incontrarvi di persona, a prescindere dai libri.

Clara Raimondi ha detto...

La mia concentrazione era tutta per i libri invece e per le novità che venivano esposte. Che cosa mancava? Un posto tranquillo per riposarsi e magari sfogliare qualche pagina del libro appena letto.

Posta un commento

Lascia un commento!