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15 aprile 2013

Sesso, giornali e rockn’roll: il Novecento secondo Mughini



Si può concentrare in un sol libro lo spirito di un secolo intero? Per un terzo saggio storico, per un altro terzo romanzo, infine memoriale. 

Giampiero Mughini dà il suo personalissimo Addio, gran secolo dei nostri vent’anni (Bompiani) con una franchezza ed un rigore morale che atterriscono. “Da quella euforia, che durò la buona parte dei Sessanta, ne venne la nostra convinzione entusiasta che le società non fanno altro che camminare di gran lena verso il progresso e verso il meglio, e che ci sarebbero stati per tutti più denari e più beni di consumo e più libertà e più fantasie. Ci sbagliammo”.

Con il suo stile inconfondibile il personaggio Mughini si sintetizza nel risvolto di copertina: “vive e lavora a Roma. Dalle parti di Monteverde”. Stop, basta così. E ricordo perfettamente la sua presentazione del libro nel Castello Caetani di Fondi (Latina), quando si imbestialì di fronte ad un amministratore locale che così lo introdusse: “Noi la conosciamo anche come commentatore di calcio, nei programmi sportivi…”. Non diede il tempo di terminare la frase per controbattere: “Lei mi offende, ho scritto decine e decine di libri e poi viene a qui a parlare di televisione”. Silenzio.

Racconta di quando, senza una lira in tasca, chiese coraggiosamente al direttore de “L’Astrolabio” di essere pagato e per la prima volta un suo articolo fu valutato venticinquemila lire, pari a 3/400 euro oggigiorno: “un giornale di oggi non lo pagherebbe a un debuttante nemmeno se quello consegnasse un testo degno del miglior Ernest Hemingway, e ammesso che nei giornali di oggi lavori qualcuno voglioso di distinguere tra un debuttante e un simil Hemingway”.

Le sentenze sul “secolo breve” sono precise, “perché dovete acclimatarvi al pensiero che solo degli imbecilli patentati possano credere che lungo la storia del Novecento il mucchio del Bene si fosse tutto installato da una parte del fiume, e il mucchio del male tutto dall’altra”. I capitoli sulla Russia di Lev Trockij e sulla Francia parigina amata da Hitler e Benjamin, paesi che Mughini adora profondamente per la loro produzione letteraria, fanno invidia ai capitoli dei più classici tomi di storia, dove spesso non si approfondiscono le storie che compongono la Storia.

Ma che società ha avuto origine dal Novecento? “Era il tempo in cui la bellezza e la giovinezza avevano impugnato lo scettro del comando e lo agitavano orgogliosamente. Mai i ventenni d’Occidente erano stati talmente fieri della loro giovinezza, mai il linguaggio dei corpi aveva esercitato una tale e implacabile dittatura che lo sconquasso del rock esaltava e sfrenava“. 

Splendido il riferimento a Nico, la frontwoman dei Velvet Underground, scultorea, così bella “che si aspettava che tutti volessero scoparla, compresi i mobili, che mugolavano di piacere appena entrava in una stanza. Ho visto sedie strisciare sopra i tappeti nella speranza che lei ci si sedesse sopra” (Mary Voronov). “Se un uomo nella vita non ha mai incontrato una ‘cattiva ragazza’, vuol dire che ha sprecato i suoi anni” (G. Mughini).

Il libro termina con un excursus nel “secolo di carta e di plastica”, con anche una bella galleria fotografica (centrale) raffigurante alcuni tra gli scorci più significativi e vitali della dimora dello stesso autore catanese, che si sente di sottoscrivere l’appello provocatorio di Giuseppe Pesce: “Caro Presidente, perché lei continua a pronunciare il suo discorso televisivo di fine anno a reti unificate da un ufficio dove ha alle spalle i segni di una cultura italiana che è stata grande ma che è remota di secoli? Perché in quel suo ufficio non prova a circondarsi dei segni della creatività italiana moderna, a cominciare dal grande design italiano?”. 

Chi è Gaetano Pesce, eh? Eh, questo siamo (anche) noi.

A cura di Simone Di Biasio 



Addio gran secolo dei nostri vent'anni. Città, eroi e bad girls del Novecento di Giampiero Mughini, Bompiani, 382 pagg, 17 euro









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