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25 aprile 2013

LIBERTA' DI PAROLE




Il linguaggio è uno degli strumenti umani più potenti che l'intelligenza sia stata in grado di affinare nel corso dei millenni. Un'arma, vera e propria. 

Un'espressione di libertà quando questa è stata messa in discussione dalla violenza dei tempi, il rifugio in cui depositare il sapere e la memoria, ma anche un oggetto d'offesa a propria volta, quando il linguaggio è diventato lo strumento repressivo con cui cancellare le culture degli sconfitti e cristallizzare, nel suo uso quotidiano, la stupidità dei tempi e delle mode.

Come diceva Diderot alla voce Enciclopedia della celebre Enciclopedia: “La lingua d'un popolo produce il suo vocabolario, e il suo vocabolario è una bibbia abbastanza fedele di tutte le conoscenze di questo popolo”. 

Abbiamo la grande poesia, che è la sterminazione positiva del linguaggio, la sua ricomposizione creativa e salvifica, che rigenera, dà nuova linfa al logorio dell'uso, e abbiamo la sciatta realtà dei verbali e del burocratese; il politichese che non dice nulla; il fumo della tecnocrazia di regime, che ha solo interesse ad imbrigliare le possibilità semantiche in una forma il più possibile piatta e monodimensionale, controllabile a livello economico e politico. 

No, non abbiamo a che fare con qualcosa di innocuo. Se del linguaggio, che possiamo provare a identificare come la forma ancora magmatica e astratta delle potenzialità comunicative, consideriamo una delle sue conseguenze più dirette, la scrittura, forse possiamo capire meglio: la composizione scritta si incarica di veicolare il pensiero, buono o cattivo che sia. 

In un pugno di chilometri e di anni leggiamo l'origine della barbarie nazista, condensata nel Mein Kampf, e, per esempio, la grande teoria politica di Antonio Gramsci; libertà e antitesi della libertà, una manciata di parole e di significati può ipotizzare due visioni contrapposte del mondo, e con quali e quanti gradi di conseguenze per chi legge e interpreta e si confronta con quell'angolo di visuale.

Ricordiamoci, un'arma. 

Ogni parola porta con sé una responsabilità. Il genio di Martin Heidegger è riuscito a concepire il linguaggio come la casa dell'essere: non solo lo strumento pratico con cui indicare una cosa o un concetto, ma il luogo in cui si verifica quell'eccedenza di senso in cui trova posto il valore di un'epoca. La parola, per Heidegger, ha rapporto con la cosa e con l'essere. Heidegger stesso però tardò a capire la bestialità del nazismo, aderendovi nei primi anni della sua ascesa. Parole, che hanno ricadute. Linguaggi che assumono significati diversi a seconda dei tempi in cui capitano. E anche equivoci, drammatici e senza ritorno. 

Quando scriviamo una cosa, anche piccola, anche minuta, non stiamo maneggiando del materiale innocente, ma qualcosa di esplosivo, i cui esiti dipendono dal singolo; i cui esiti possono essere meno evidenti di una strage o di una guerra, ma possono comunque avere ricadute gravi, come il depotenziamento o l'estinzione di parole sacre, come libertà, lavoro, democrazia. 

In questo senso, la scrittura etica è una delle salvezze dell'umanità. La parola sa farsi carico, qualche volta, dell'indicibile. Con approssimazione, certo, ma può provare a farlo. L'esperienza della morte e del lutto, della tortura e della memoria: se sappiamo, se possiamo sapere, lo dobbiamo alle parole. 

E' passato tanto tempo da quando l'uomo decise di abbandonare la funzione mimetico poetica dell'oralità per affidarsi alla parola scritta (siamo ai tempi di Socrate più o meno), e con quante polemiche nel mondo di allora: si temeva di disperdere il bene della memoria, di travisare le tradizioni. 

Oggi invece siamo immersi in questa trovata bizzarra e geniale che fu la scrittura: tablet, smartphone, internet stesso sono grandi archivi di segni e di simboli, insieme testimonianza di straordinaria ricchezza e complessità e puro vuoto, dispersione, annientamento del significato. Vogliamo esserci, lasciarlo questo segno. Altrimenti, ci sentiremmo particelle di un liquido infinito, anonime formule, “x nel ciclo dell'azoto”. 

La libertà allora. Viviamo in un paese dove la parola non è sempre salvaguardata, lo sappiamo, ce lo dicono le statistiche. Non siamo in una dittatura militare, naturalmente. Ma insomma, le parole qui sono veramente importanti, come dice Nanni Moretti e come dovremmo dire tutti; la parola da noi è un bene simile all'acqua, a rischio dispersione. A rischio corruzione. A rischio sismico. In un paese dove tutto è potenziale emergenza, anche la scrittura corre sul filo. Un filo sottile. Difenderla vuol dire difenderci, usarla, e non violentarla nel superfluo e nella calunnia. Buon 25 aprile. 

A cura di Ariberto Terragni, visitate il suo Quaderno Sepolto






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