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12 marzo 2013

L'ITALIA RACCONTATA DA ARBASINO

Alberto Arbasino é nato a Voghera nel 1930
Se si parla di Arbasino, non si può tralasciare la sua opera culto: Fratelli d'Italia. Il romanzone piglia tutto scritto e riscritto nell'arco di un trentennio: la vita e le peripezie di una banda di scavezzacollo dell'Italia bene anni Sessanta. 

Fughe in auto e ricevimenti, festival e aperitivi tra Milano e Venezia, Roma e Firenze. La trama, semplicemente, non c'è. Perché ce ne sono molte, troppe, tutte irrisolte, e per di più giocate su registri contrastanti e avviluppati l'uno nell'altro: zibaldone, taccuino di viaggio, elencazione enciclopedica, conversazione, carteggio. 

C'è tutta una tavolozza di colori in questa scanzonata retrospettiva italiana, e c'è soprattutto il gusto ora beffardo ora amichevole del raccontare senza doppi fini, raccontare anche quando non c'è niente da dire, recepire le cose che stanno intorno allo stesso modo in cui un sismografo registra le scosse telluriche, anche quelle meno evidenti. 

Arbasino ha questo dono, che è anche la sua dannazione: deve scrivere (e riscrivere) qualsiasi cosa gli capiti a tiro. La sua è una scrittura per accumulazione, che scardina il concetto di genere e ripropone la realtà sotto una lente deformante, una lente che fa della scomposizione e della ricapitolazione la sua arma fantastica più affilata. 

 È solito rivedere e riscrivere le sue opere, pertanto quasi tutte sono state ripubblicate in edizioni aggiornate
La trama? Un gioco che è meglio lasciare alle favole per bambini. La letteratura è prima di tutto repertorio e catalogazione. E quando il materiale sfonda gli argini, l'autore, per alleggerire la pressione, lo organizza in un fallimento: un libro. Arbasino in questa disposizione di senso è un vero maestro, il gran cerimoniere della confusione italica pre e post moderna, se vogliamo lo scrittore che sta in mezzo tra il lascito di autori monumentali quali Gadda e Moravia (ma anche Palazzeschi e Praz) e lo schiudersi di un eterno presente dove le possibilità combinatorie della letteratura (ma anche della politica e della società in senso lato) che fino a poco fa sembravano illimitate, sono magicamente esaurite. Magicamente, sì, per la forza malefica della solita magia all'incontrario che inquina i pozzi stagnanti della vecchia Italia. 

E allora l'unica soluzione è ammettere lo sbaraglio, e non capirci più niente in modo elegante. Così la scrittura dello scrittore si fonde con quella del critico e il progetto letterario prolifica come muffa culturale in direzioni casuali e traiettorie non più tracciabili sulla solita carta nautica del critico vecchia scuola. Perché la chiave di volta arbasiniaia sta nell'aver colto la possibilità di ribaltare il tavolo ad ogni giro di pagina, capovolgendo il ruolo di critico con quello dello scrittore, quello del lettore con quello del censore e viceversa, mescolando le carte talmente tante volte che alla fine l'unico vincitore è l'autore occulto del testo.

Ma è un autore con poca autorità, parafrasando Barenghi. E' un autore che colleziona discorsi e iniziative di altri e li dispone, organizza gli spazi e i vuoti. Eppure, la sua fedeltà alla scrittura è cieca e totale. Oltre alla scrittura si apre l'ignoto, ma un ignoto che assomiglia all'inferno, quello vero, che è la sottrazione di significanti e prospettive, fino allo schiacciamento su un solo fondale, un'unica prospettiva.

L'ingegnere in Blu é l'opera critica
 sul lavoro di Gadda
Non sia mai. La ludica versatilità di Arbasino, e segnatamente di Fratelli d'Italia, sta soprattutto in un'urgenza: quella di esorcizzare il vuoto riempiendolo. Parole, dialoghi, ipotesi, fandonie e utopie sono le architravi di un discorso che è preletterario: è inconscio, e mi scuso se il richiamo psicanalitico è un po' a vanvera. 

Ma l'uomo non racconta storie. Racconta e basta. Raccontare dovrebbe essere un verbo intransitivo, privo di oggetto come la volontà di andare a fondo dell'esistente semplicemente evocandolo, non perché ci sarà un colpo di scena o perché così ci divertiremo tutti insieme, ma perché la fine va scongiurata e se la fine è in qualche modo la negazione del reale, allora il reale va celebrato al massimo grado, anche a rischio di scivolare in una prosa ingorda ed eccessiva. 

Qualcuno ancora definisce il gioco un pastiche. Credo nell'esatto opposto: la prosa arbasiniana (e fortiniana e pasoliniana e garboliana perfino) è una critica strutturale della fusione cialtrona di alto e basso, come va di moda dire oggi. 

La presa d'atto di Fratelli d'Italia ha qualcosa di funereo. E' l'inumazione di un paese che ha sempre creduto di saperla lunga e alla fine è rimasto al palo, dove la presunzione dell'intelligenza si è rivelata, alla lunga, la solita, autolesionistica furbizia. 

A cura di Ariberto Terragni

Il video in cui l'autore si racconta:


Clicca qui per leggere l'intervista all'autore.

Scopri la sezione di Reader's Bench dedicata agli Autori.


Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino, Adelphi, 1372 pagg, 25 euro






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