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5 marzo 2013

IL MESTIERE DI VIVERE


Cesare Pavese vinse il Premio Strega 1950 con il trittico di racconti de La bella estate. 
Non è la prima volta che scrivo di Cesare Pavese, ma credo che difficilmente sarò in grado di dire su di lui qualcosa che già non sia stato affrontato nella copiosa produzione critica che lo riguarda. Ne scrivo perché scrivendo provo a capire.

E per provare a introdurre Pavese, credo si debba partire giocoforza dai celebri Diari, quel Mestiere di vivere che tante polemiche suscitò all'epoca della sua pubblicazione e che ancora oggi non può lasciare indifferente il lettore accorto. Sono fogli all'apparenza casuali, meditazioni, vagheggiamenti, riflessioni sul lavoro editoriale e sulle incertezze dell'esistenza. 

In ogni pagina una tensione lacerante, lo stato di conflitto permanente tra due ipotesi opposte, due cariche che si respingono e si attraggono per uguali o opposte polarità. Modernità e richiamo al mondo classico, storia delle Langhe e mito americano. La cultura in Pavese tende a farsi valore fantasma, carburante necessario per vivere ma anche simbolo di insufficienza, come se la vita per inverarsi e realizzare l'oggetto dovesse essere un po' più viva, e non solo il simulacro di un bene che non si concreta mai. 

L'opera omnia di Cesare Pavese è pubblicata, naturalmente, da Einaudi. 
I Diari sono le pagine di un'anima frammentata, che trova il punto di sintesi in una visione (un colpo, direbbero i presocratici) tanto lucida quanto disperata. Come ebbe a dire Calvino, in quei fogli così sanguinanti emerge il tentativo di una ricerca poetica e insieme di un modo per stare al mondo: le due cose – sopravvivenza e arte – si mescolano, con esiti strani, qualche volta esplosivi. Ma la detonazione, in Pavese, è sempre un rumore sordo, per assurdo l'assenza di un rumore, un buco nero che anziché assorbire la luce silenzia le onde sonore, riproducendo un puro vuoto dalle conseguenze assordanti. 

Il mestiere di vivere è una lettura dolorosa. Lo è per struttura (dei diari allegri sarebbero una presa in giro) ma anche per l'inevitabile lettura dietrologica che si finisce per fare: anche se sarebbe riduttivo leggere la vita di Pavese a partire esclusivamente dal suo tragico epilogo, gli indizi disseminati lungo il quindicennio in cui l'autore scrisse queste note conducono a un paesaggio di morte. Morta è la possibilità di un confronto paritario con gli altri, morta è la realtà simbolica che si offre al poeta. 

E all'ombra di questo scacco si gioca una partita decisiva, personale e pubblica. L'uomo Pavese, così dilaniato, è anche il superbo organizzatore culturale che insieme a personaggi del calibro di Leone Ginzburg, Norberto Bobbio e, in seguito, Calvino,Vittorini, Fenoglio... crea il nucleo della sopravvivenza italiana alla barbarie nazifascista: traduce i classici americani (il Moby Dick di Melville, per esempio), importa in Italia la scintilla del rinnovamento, tramestando senza risparmio di sé nei corridoi dell'Einaudi di Torino, uno dei centri nevralgici del rilancio culturale italiano. 

Il suo romanzo più noto e citato è La luna e i falò. 
Nei Diari questi passaggi epocali scivolano, quasi con noncuranza. Pavese vi annota lo scorrere di un'angoscia, vi registra il decorso di un fallimento. C'è un'unità di tempo e di spazio che lascia frastornati: la guerra e il dopoguerra, il confino a Brancaleone Calabro (dove comincia il Mestiere) e la fredda Torino dopo la Liberazione, tutto un unico paesaggio interiore, fatto di diffidenza e piccole cose, dove però trovano slancio anche improvvise impennate liriche, osservazioni, aperture alla vita: “C'è un solo piacere, quello di restare vivi, tutto il resto è miseria” scrive, a sorpresa, il 16 settembre 1946. Ci sono le date, ma la catalogazione del tempo è dissolta, come se la ricerca formale/esistenziale di cui parlava Calvino avesse a poco a poco ingombrato ogni angolo, sostituendo l'interezza della vita vissuta con i suoi brandelli, gli amori, gli odori, i dolori con la loro sublimazione intellettuale. 

Ma in ogni sublimazione resta la traccia solida della materia. E anche qui il lettore si trova di fronte a durezze che sanno di sporco: su tutte, la misoginia conclamata che poi è la rivalsa nei confronti di un universo, quello femminile, che lo aveva respinto. E la ferita aperta suppura lungo tutta la narrazione: si nutre della propria infezione e si propaga, fino ai livelli intollerabili che porteranno Cesare Pavese a suicidarsi, nel 1950, in un albergo di Torino, reduce dal successo personale del Premio Strega. Il rapporto con le donne non fu l'unica ragione ovviamente. Non c'è mai un motivo solo alle radici di un suicidio. 

Non a caso il momento del distacco coincide con l'abbandono della scrittura: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Così si concludono i Diari, con un'ultima presa d'atto, forse la più coraggiosa. 

Il documentario sulla vita dello scrittore:



A cura di Ariberto Terragni, date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto


I Diari hanno avuto diverse edizioni nel corso del tempo, ma la struttura è rimasta inalterata e totalmente fedele al manoscritto. Da leggere il saggio introduttivo di Cesare Segre. 



Il grosso delle sue poesie è compreso nella raccolta unitaria Lavorare stanca. Una breve ma importante silloge poetica è uscita postuma, recuperata tra le carte dello scrittore: prende il nome da uno dei componimenti, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, che resta probabilmente la sua poesia più famosa. 

Sulla vita di Cesare Pavese hanno scritto in tanti, forse in troppi. Il miglior contributo è stato quello di Davide Lajolo, l'unico che abbia conosciuto Pavese sul serio. Il libro si intitola Il vizio assurdo, e purtroppo è praticamente introvabile. 

Un buon contributo è stato quello di Marziano Guglielminetti, Cesare Pavese, Le Monnier, Firenze, 1976, ma non so se sia reperibile. 



In anni recenti spicca il saggio biobibliografico di Lorenzo Mondo, Quell'antico ragazzo, vita di Cesare Pavese, Rizzoli, 2006. 


Vittorio Gassman interpreta la Verrà la morte e avrà i tuoi occhi:





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