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5 febbraio 2013

LA FERRARA DI BASSANI


Giorgio Bassani e la sua indimenticabile pipa
Le Cinque storie ferraresi potrebbero essere immaginate come lapidi o piccole epigrafi funebri: il viaggio di Giorgio Bassani nella sua Ferrara parte dall'assunzione del ricordo come natura morta, o dato di fatto scolpito nel marmo.


I suoi personaggi sono tutti lì, raccolti nella loro essenzialità simbolica; più che vite vissute, calchi di vite, exempla perfetti e un po' programmati: nel dirci come stanno le cose l'autore ci dice di tutto un mondo, la Ferrara a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, ma raccontato nel segno della più limpida continuità, come se il conflitto, le deportazioni e insomma la morte massiva e ingiustificata avessero intaccato appena la superficie di un microcosmo che in realtà non può essere smosso, perché radicato fin nelle viscere con i suoi primordi, e con un tempo che è pura durata e mai scansione cronologica. 

Già Cesare Garboli notava come un certo versante della produzione di Bassani avesse un sapore funerario, ma nel senso proprio di cimiteriale: Una lapide in viale Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, persino quel lapidario Lida Mantovani, secco e privo di repliche come un epitaffio.

Le cinque storie ferraresi sono dominate da questo senso di morte, ma di una morte che non supera mai le soglie dell'orrore o anche solo della paura, tutt'altro: il tessuto psicologico della gente di Bassani è in simbiosi con l'idea della fine, al punto da apparire tanto, forse troppo in distonia con la visione novecentesca della morte come massimo schifo e sommo disgusto (non è una forma di anti dannunzianesimo?).

Per il dannunzianesimo il dinamismo ha senso se finisce nella luminaria della bella morte, per Bassani il piattume di una vita qualunque finisce quasi sempre nel felice anonimato di una morte che è tanto inevitabile quanto anti eroica). Potremmo parlare di saggezza antica, e forse non saremmo lontani dalla verità; saggezza nel prendere la fine come il necessario completamento dell'inizio, e senza troppi drammi. 

Giorgio Bassani vince il Premio Strega nel 1956
proprio con la raccolta di racconti Cinque storie ferraresi
Difficile non intravedere un parallelo con l'Antologia di Spoon River. Bassani racconta la sua Ferrara nell'ottica del dopo; quel che è stato; quel che rimane. E i suoi personaggi – sartine, medici condotti, massaie, artigiani, matti di paese – sono i protagonisti di un'esistenza che è sempre già fatta, sempre colta a bocce ferme, quando tutto è finito e si possono solo tirare le somme.

Se c'è una scrittura che è priva di urgenza e del tutto scevra da sacri furori è proprio quella delle Storie ferraresi: l'autore narra nello stesso modo in cui un fiume placido scorre. Lo fa perché lo deve fare, lo fa perché lo fa, sono racconti che si bevono come l'acqua fresca, e come l'acqua fresca dissetano, ma non si possono afferrare. 

I rivoli della narrazione tendono a disperdersi, per quanto, nel suo complesso, la raccolta sia straordinariamente coerente: un paradosso estetico non troppo raro in letteratura, specie quando il materiale narrativo si accumula attorno ad un nucleo circoscritto; le tendenze opposte si muovono in senso circolare, così che allontanandosi finiscono prima o poi per incontrarsi e congiungersi di nuovo. I personaggi di Bassani si sfiorano, ma non si toccano mai. 

La sfasatura temporale li rende attori unici sullo stesso palcoscenico, e anche se il fondale rimane identico in ogni atto, diverso è il registro, il timbro di ogni protagonista che si avvicenda sulla scena: così la ragazza madre, il sopravvissuto ai lager, la vecchia socialista sono tutti figli della stessa penna (non se ne può dubitare) ma al tempo stesso si animano di coloriture proprie e seguono un filo che si dipana in direzioni all'apparenza casuali. 
Fotogramma dal film La lunga notte del '43
ispirato al racconto omonimo di Giorgio Bassani
E la ricomposizione non può che essere di carattere funebre. In alcuni scorci – la descrizione di una via, la visuale di una piazza – sembra di trovarsi di fronte ad una foto ingiallita: l'immobilità dei passaggi descrittivi è la spia di una tendenza pittorica quasi naturalista, vicina alle origini della fotografia: la realtà reale e il germinare del suo significato sono possibili solo a partire dalla loro raffigurazione a mo' di dagherrotipo; la scoperta di Bassani sta nella pulitura minuziosa di questi fossili narrativi, un processo che assomiglia, a volte in modo un poco sinistro, alla catalogazione di un reperto. 

E insieme agli spettri di Spoon River non ho potuto fare a meno di pensare alle nature morte di Giorgio Morandi, con la loro smunta consuetudine e tutto il logorio del tempo e dell'attesa inappagata. La forma del racconto si mimetizza nei volti della gente e nella polvere delle strade, e gli spunti di ciascun episodio diventano gli affluenti di un fiume più grande, dove le acque si confondono, e, in senso pavesiano, ogni vita è quel che doveva essere. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo Quaderno Sepolto 



Cinque storie ferraresi: Dentro le mura (Universale economica) di Giorgio Bassani, Feltrinelli editore, formato ebook, 9 euro


Giorgio Bassani é stato uno dei protagonisti della nostra Giornata della Memoria: 27 gennaio 2013-Leggere per non dimenticare





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