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25 febbraio 2013

IL GADDA DI ARBASINO


Carlo Emilio Gadda nasca a Milano il 14 novembre 1893
e muore a Roma nel 1973
L'ingegnere in blu è un pamphlet scritto da Alberto Arbasino e pubblicato da Adelphi ormai alcuni anni fa; un piccolo e affettuoso saggio a cuore aperto, incentrato sulla figura di Carlo Emilio Gadda, che incredibilmente ha riscosso un certo successo editoriale. Incredibilmente, intendo, trattandosi di un soufflé di pura letteratura. 

E' un viaggio in bilico tra pubblico e privato, tra aneddoto personale e scampagnata per i luoghi delle lettere. Arbasino fu un sodale di Gadda, un suo allievo potremmo dire, uno dei giovani intellettuali a cavallo tra anni cinquanta e sessanta che per affinità elettiva, per vocazione o anche per semplice empatia sentirono da subito una bruciante sintonia con questo uomo enorme e già anziano, insieme padre introverso e fratello minore, vecchio saggio e bambino sprovveduto. 

Una figura che non ha lasciato eredi. Né biologici né letterari. Degli amici s'è detto, e così, a memoria, posso almanaccare, oltre ad Arbasino, i nomi di Pietro Citati e Goffredo Parise, Attilio Bertolucci e Pier Paolo Pasolini. In realtà ce ne furono molti altri di scrittori e autori che circolarono in prossimità della maestosa fatiscenza gaddiana, ma nessuno tentò di dirsi suo delfino: non sarebbe stato preso sul serio. Gadda aveva amici, compagni di cene e pranzi, sodali di calembours e cultori di strambe elencazioni lombarde. Ma non figli. Lui non era tipo da mettere al mondo qualcun altro, né in senso biologico né in senso artistico. Non era un padre e nemmeno un padrino, di quelli che ficcano i parenti in Rai o in qualche casa editrice. 
La critica di Gadda a La Grande Guerra, il film di Monicelli del '59,
fu durissima
Ce ne sono stati altri di saggi su Gadda, mi viene in mente Il narratore come delinquente di Walter Pedullà che forse è uno dei migliori, ma si tratta di testi che difficilmente sono arrivati alla polpa, all'essenza di quest'uomo fuori dagli schemi e inclassificabile, tanto deciso a condurre una vita il più possibile appartata e schiva, quanto condannato agli onori tardivi delle lettere e della critica. C'è un contrappasso dolentissimo tra il Gadda povero dignitoso che a Roma subiva le angherie dell'editore di turno e il Carlo Emilio Gadda osannato maestro postumo: tra il Gadda classificato come “cincischiato umorista” e il maggior scrittore italiano del dopoguerra e forse non solo. 

In questa sproporzione, così antitetica rispetto al candore e alla gentilezza di questo gigante mite e generoso, sta forse il midollo sanguinante della sua vicenda di uomo e di scrittore, ingegnere controvoglia (per rispetto dell'odiata amata madre), scrittore dai mezzi tecnici ed espressivi illimitati che ha finito per consumare la sua vita ai margini di tutto ciò che era ufficiale e celebrato. Un'eccentricità voluta, delicata. Sotto molti aspetti nobile, come la tradizione dalla quale proveniva: quella della Lombardia etica e all'antica, un po' rigida magari, ma priva di ogni volgarità e capace di atti generosi e disinteressati quando meno te l'aspettavi. 

La Lombardia che ritorna nella dolce cantilena del dialetto, tutto tronche e vocali aperte, onomatopeico per eccellenza, poetico a sorpresa, una lingua (anche se non dovrei chiamarla così) che aveva in sé il senso delle cose e la giusta misura del mondo. Una lingua che già ai tempi di Gadda andava perduta, soffocata dal travisamento dei dialetti lombardi con quel milanese d'accatto tutto figa e dané, testina e cumenda che nasceva dalle scorie volgari del boom e avrebbe trovato il suo approdo ideale nella lessicografia arcoriana di oggi. 
Dopo aver conosciuto Gadda, Pasolini pubblica la sua
Antologia della poesia dialettale del Novecento
Era detto il Gran Lombardo, e fu tanto lombardo Gadda che scrisse l'opera che lo ha consegnato alla storia in romanesco: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, amichevolmente detto Il pasticciaccio. Romanzo a puntate, capito poco e male sulle prime, poi riaccolto dalla critica come un grande capolavoro, anche quando i capolavori erano già diversi e di spessore, come il mitico La cognizione del dolore o Il castello di Udine o ancora l'Adalgisa, la sua struggente meditazione milanese. 

Il parallelo linguistico che scatta immediato è quello con il suo nume tutelare, Alessandro Manzoni, che a sua volta narrò la più lombarda delle storie, I promessi sposi, con il fiorentino colto, il solo modo in cui secondo lui potesse essere degnamente messa in opera una vicenda che da locale sarebbe diventata paradigmatica, la quintessenza dell'italianità vera. Ma l'italiano di Gadda è una totalità di suoni, una cattedrale di infiorescenze dove tutto si avvera: un groviglio intraducibile, ma disposto ad accogliere il grande Pan e a modellarlo col cesello. 

L'ingegnere in blu narra con qualche birignao di troppo (Arbasino è così, prendere o lasciare) questo mistero. Che come tutti i misteri che si rispettino va raccontato, non svelato. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo Quaderno Sepolto

Intervista a Carlo Emilio Gadda "Sulla scena della vita":


Intervista a Fabrizio Gifuni per lo spettacolo dedicato a Gadda e Paolini:





L'ingegnere in blu di Alberto Arbasino, Adelphi, 160 pagg, 11 euro



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