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20 febbraio 2013

FISICITA' IN PORTA


Antonio Porta nasce a Vicenza il 9 novembre 1935 e muore a Roma  nel 1989
L'esperienza poetica di Antonio Porta ha un carattere nascosto che le consente di essere letta prima di tutto come fatto fisico e concreto: un tanto di oggettività e materialità permette al lettore di inquadrarla come esigenza legata all'esserci e ai suoi fenomeni. Una lettura formale, teorica è naturalmente possibile, ma chissà perché, almeno nella mia esperienza, è venuta dopo, e con uno scarto – di suoni, di temperature, di segni – abbastanza netto. 

Antonio Porta è un autore fisico, con tutte le implicazioni meno scontate che questa definizione può comportare. E' un poeta che sta nel mondo perché nel mondo ha trovato il materiale poetico di cui nutrirsi; ha trovato se stesso nell'organico e nel corporeo, ma senza alcun compiacimento: la sua è una lotta, un corpo a corpo che spezza la sintassi consueta del fare poesia. “Il naso sfalda per divenire saliva”, “Lo sguardo allo specchio scruta l'inesistenza, i peli del sopracciglio moltiplicano in labirinto […] Il mortale infinito dei pori dilatati”. 

Il campo di battaglia dove il poeta si muove è l'umano nell'atto di interazione col mondo: un urto, una sbandata continua che attiva percezioni e attriti, mentre piccole scaglie di universo disegnano una geografia inedita, o perlomeno interpretata con categorie sensoriali del tutto personali. Porta è un autore personale, nel doppio significato di originale e legato alla persona. 

E gli esempi sono da tutte le parti. In ogni verso, in ogni cadenza. Per Porta anche una semplice scatola apre uno scenario incongruo, parossistico, dove intravedere trame oscure e complesse: “La scatola si apre e chiude il dito/ la scatola si chiude e stringe il dito”. Gli oggetti vivono per mezzo di una strana carnalità, come se il rapporto tra l'animato e l'inanimato agisse e producesse ambivalenti frequenze simboliche; vibrazioni che si articolano in una visione del mondo acuta e complessa e improvvise sintesi linguistiche, come i famosi abbinamenti: “Uomo/morte, tomba/albero, fuori/dentro, l'altro/io”, un concentrato della realtà che è forza poetica nella totale assenza di struttura poetica, ma non bisogna lasciarsi tentare dalla sbrigativa idea di un Porta antipoeta. Tutt'altro. 

Sono tantissime, ancora, le opere inedite
di Antonio Porta

Nessuno come lui conosce le alchimie letterarie. Possiamo provare a inquadrarlo in controtendenza rispetto ad una certa lirica, questo sì, o più semplicemente come il meno veneto tra gli scrittori veneti. La sua formazione fu milanese (anche per il nome de plume, forse omaggio a Carlo), se ne intuiscono qua e là le tracce, ma ad un'occhiata complessiva l'opera di Antonio Porta sembra quella di un apolide: lo sradicamento della sua parola non finisce di lasciare interdetti, spesso e volentieri di urtare il lettore in sensibilità che nemmeno sapeva di avere. 


La verità di questa poesia così alta e così autentica è sanguinante. Sono pochi i poeti italiani così dolorosi. Forse Dino Campana, in qualche passaggio, ma non lo so. Di certo la distanza tra Porta e altri autori veneti come Zanzotto e Meneghello è abissale. 

Di più, forse Porta non è nemmeno italiano. Scrive in italiano, ma non abita questa lingua. La scruta, la sfrutta quando può, ma il movimento che imprime alla rotazione dei termini è sempre di lotta e di allontanamento: lotta con i corpi, con le parole, con la cultura in genere. E' come se Porta fosse alla ricerca del meccanismo segreto delle cose, e la natura stessa del reale a partire dalla rimozione del si dice e si fa. Un gioco pericoloso, dove di solito a farsi male è l'artista. “Solleviamola la lingua, a vedere che c'è sotto” scrive nel 1976. Anzi, per la precisione il 10 aprile 1976. Le date sono parte integrante della poetica di Antonio Porta. Le date messe lì per fare da argine alla confusione e all'acqua che sfonda la diga. 

Le date per dare un ordine, per fissare quel momento che è irripetibile, sempre, per una combinazione magica, o per una maledizione: quel nodo di dolore o piacere, di gioia o disperazione può esistere solo lì, in quella congiunzione di essere e tempo: è la condanna all'unicità. Così date, date, date. Mesi, anni, giorni. Poesie spezzate, riprese, aggiornate. Il mestiere di vivere si rivela una continua riscrittura di tesi contrapposte, dove le ipotesi si rincorrono, smarrite, prossime alla resa di fronte alla vastità della vita e delle sue manifestazioni. 

Sì, ha qualcosa di ossessivo questa poesia. Una nota ripetuta, un basso continuo. Forse qualche tratto di efferatezza, come diceva Edoardo Sanguineti. Ma nei versi di Porta c'è soprattutto un valore intrinseco, una pietra che non si può smuovere: “Ha senso occuparsi di stagioni? La risposta sta qui, sulla carta, finché resisto al loro ciclo, io scrivo.” Ci sarebbe ancora molto da dire, ma questo per ora è tutto ciò che riesco a mettere per iscritto. 

A cura di Ariberto Terragni, leggetelo anche sul suo Quaderno Sepolto

Suggerimenti per la lettura:


Tutte le poesie (1956-1989) di Antonio Porta a cura di N. Lorenzini, Garzanti Libri, 662 pagg, 20 euro


«Mettersi a bottega». Antonio Porta e i mestieri della letteratura  di Antonio Porta, a cura di G. Turchetta, Storia e Letteratura, 152 pagg, 23 euro






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