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14 gennaio 2013

L'ALFABETO DI PARISE


Goffredo Parise 


La solitudine in Parise aveva un valore fisico, il segno di un incomunicabile disagio che nella sua vita si è manifestato sotto varie forme, dall'impossibilità di compiersi come scrittore inserito in un ambito professionale preciso, all'inquietudine che lo ha portato a misurarsi con guerre e viaggi in terre lontane.


Decisivi gli anni introversi e desolati dell'infanzia, con addosso quel marchio da figlio illegittimo che nella provinciale Vicenza pesava più di un macigno, decisivo il pessimo rapporto con la scuola, ma tracciare il percorso che ha portato uno scrittore atipico e fuori dagli schemi come Goffredo Parise a scrivere I Sillabari rischierebbe di aprire troppe piste.

I Sillabari sono un pugno di racconti: seguono a strappi l'ordine alfabetico, descrivono ciascuno un sentimento, si fermano alla lettera S. quando l'autore sentiva di non poter più proseguire con onestà. Un libro volutamente semplice, che in anni di sbornia strutturalista e formalista si è assunto il rischio di ricondurre la letteratura su un terreno che uscisse dai vetrini da microscopio e tornasse a confrontarsi con l'umano. Non un'operazione a freddo, ma un'esigenza che Parise avvertiva nella mente, nella pancia, sulla pelle. 

Lui, scrittore così istintivo e insieme così raziocinante, capace di esordire con la prosa liquida e onirica de Il ragazzo morto e Le comete, per poi approdare alla sofferta meditazione industriale de Il padrone e de Il crematorio di Vienna, si mette a confezionare una dopo l'altra delle miniature dense ed essenziali, legate dal filo sottile di un'osservazione paziente e accorta. 

Non sapeva ancora che quei racconti così lontani dalle alchimie di Calvino o dalle colte operazioni culturali di Eco, stavano andando a comporre uno dei libri più importanti del novecento italiano. Sentiva di essersi addentrato in un territorio poco battuto, impervio, carico di rischi e presagi: la sua parola aveva raggiunto la purezza, era diventata il veicolo delle sue percezioni, era diventata abbastanza potente e precisa da rendere l'universo emotivo che una vita difficile gli aveva insegnato. 

Ma non c'è traccia di sentimentalismo nei Sillabari. L'umanità di cui parlano sa di rabbia e dolore, di incongruo, qualche volta di piccola gioia sommersa sotto le apparenze: nel dispiegarsi dell'alfabeto parisiano si va incontro ad una sconcertante sintesi esistenziale, che dalla stretta ottica personale abbraccia un panorama via via più ampio e articolato, un panorama emotivo in equilibrio tra bisogno di logicità e consapevolezza del non senso. 

Pier Paolo Pasolini, Laura Betti e Goffredo Parise in una foto del 1962
L'io dell'autore assume tonalità plurali, sostenuto da una "ritmicità serpentina e sfuggente" come ha notato Andrea Zanzotto: l'indagine che i racconti affrontano non è analitica, ma apparentemente incidentale: i personaggi che di volta in volta si affacciano tra le pagine del libro sono prima di tutto persone, corpi, gesti, abitudini che si intrecciano con noncuranza, casualità, vita nel suo farsi. Sta in questa naturalezza il dono che non finisce di stupire e di lasciare interdetti. 

Com'è possibile creare qualcosa di tanto grande partendo da premesse così elementari? Non sta certo all'autore spiegarlo. Ad una prima lettura sembra quasi che la struttura perfettamente ordinata dei racconti sia frutto di una felice combinazione della sorte, come certe composizioni di foglie secche cadute su un vialetto, e in un certo senso le cose stanno proprio così: Parise nomina gli oggetti e gli elementi del creato per la prima volta, come fa ogni bambino che impari ad osservare e a dare un nome alla materia del mondo. 

Un processo semplicissimo, elementare è il termine per capire questo passaggio, ma frutto di tanti sforzi contemporanei, primo fra tutti quello di rendere la lingua essenziale e necessaria: perché una e una sola può essere la parola adatta a nominare un mondo e quindi ad evocarlo. In seconda battuta, ma qui non sto tentando di gerarchizzare le linee tematiche, c'era la solitudine di Parise, di cui si faceva cenno all'inizio: l'isolamento di un uomo che sentiva la fine della vita vicina e che nel grande repertorio che in fondo sono i Sillabari fa una ricapitolazione, un inventario conclusivo di ciò che serve e di ciò che non serve, consapevole che tutto alla fine fa parte dell'esistente. 

Personalmente rifiuto le citazioni scolastiche, e in special modo nel caso dei Sillabari, che non vanno presi come una semplice raccolta, ma come un insieme coerente di stati d'animo. Separarli, stilarne una classifica significa smembrarne il nodo tematico, che è troppo vischioso e irrelato per poter dire qualcosa al di fuori della sua unità. 

La numerazione in Sillabario 1 e 2 rispecchia il ritmo di scrittura che Parise scelse di seguire (o subì, come una Musa volubile). La seconda parte vinse nel 1982 il Premio Strega, uno degli ultimi degni di essere citati, ma questa è statistica buona per gli almanacchi. 

Goffredo Parise: l'analisi stilistica. L'intervista all'autore dall'archivio Rai:


A cura di Ariberto Terragni. Date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto.



Sillabari (Gli Adelphi) di Goffredo Parise, 359 pagg, 13.00 euro, in formato ebook a 7.99 euro





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