Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

31 gennaio 2013

LA MIGLIORE OFFERTA DI GIUSEPPE TORNATORE

La migliore offerta é il decimo lungometraggio di Tornatore


L'elemento geografico in Tornatore ha sempre occupato un posto privilegiato, non solo come elemento funzionale della trama, ma proprio come personaggio. 

Potremmo suddividere il suo itinerario di regista in storie siciliane e storie di nessun luogo. Storie di casa sua, nella terra, nel sangue, nell'humus delle sue origini, e storie che si collocano in un altrove, spesso di sapore mitteleuropeo. In modo sbrigativo, e certamente inesatto, potremmo provare a dire che Tornatore vive se stesso come siciliano o come apolide, perché il suo occhio è di siciliano in Sicilia, ma sul continente diventa continentale, tanto che sembra di misurarsi con due impostazioni culturali diverse, spesso senza alcuna parentela. 

Scelta formale consapevole? Il regista dice di no, e noi dobbiamo credergli. Il mimetismo come fatto artistico è una realtà troppo delicata per tentare supposizioni superficiali. 

Come collocare allora questo La migliore offerta? Sicuramente nelle Storie di Altrove. La mappa che l'autore traccia è coesa e omogenea, ma senza punti di riferimento. Un battitore d'aste stimato e misantropo si trova a catalogare i beni di una giovane donna i cui genitori sono morti da poco. Lei soffre di una forma di agorafobia paradossale. Lui esce dalla scorza e se ne innamora. Il leitmotiv indotto del film sta in una frase, ripetuta un po' di volte: dentro ad ogni falso c'è qualcosa di vero.

Geoffrey Rush é Virgil Oldman
Ma il tema del doppio e della contraffazione come simulazione della realtà che comunque fa parte della realtà è una lettura di primo grado, quasi un gioco che il regista dissemina nelle pieghe del film per portare fuori strada. La storia di La migliore offerta è il resoconto di una malattia che passa dalla fase silente alla fase conclamata: il rigoroso, metodico, egocentrico Virgil Oldman compie un viaggio in se stesso e alla fine ribalta i termini della propria identità, con il rischio di vedersi dissolto. Il congegno narrativo in cui questa trasformazione si pone in atto è di alto livello, ma è quasi indipendente rispetto al motivo portante: o per meglio dire, è la miccia che causa tutta una serie di conseguenze incalcolabili o perfettamente prevedibili a seconda dell'angolazione da cui si osserva l'aggregarsi e il disgregarsi di un carattere. 

Il film è leggibile su più piani: tra i vari, uno personale e uno pubblico. Sul piano personale vediamo un uomo che per tutta la vita è rimasto chiuso in una stanza (Oldman, non la ragazza) e che al primo attrito con l'aria assapora la gioia della libertà ma allo stesso tempo cade malato per mancanza di anticorpi. Sul piano pubblico, la storia d'amore segna la rinascita e la definitiva rinuncia a quella “particolare forma di perversione che è la castità”. 

Ma ancora: il battitore d'aste ama la ragazza oppure ama il raro e prezioso androide settecentesco custodito a brandelli sparsi nella villa, pastrocchio meccanico che va ricostruendo pezzo a pezzo insieme ad un suo giovane amico, abile tecnico riparatore? Oppure no, le due cose si confondono, tanto che nemmeno il compassato Virgil riesce più a capirci qualcosa. 

Donald Sutherland é  Billy Whistler
Il rimando che mi è scattato subito, dopo le prime scene, è stato letterario: il bibliofilo Kien in Autodafé, il romanzo totale di Elias Canetti. Anche in questo caso, la storia di un corpo privo di anticorpi gettato in una mischia che non è in grado di gestire. Che nessuna cultura libresca o oggettistica è in grado di padroneggiare senza uscirne a pezzi: l'urto con gli altri, con lo sporco, con il disordine. Con il sesso. 

La migliore offerta è un film che crea tensione, ma senza oggetto. Come ha notato il mio amico Alessandro, ricorda qualcosa del primo Dario Argento e di Roman Polansky: del primo riprende certe atmosfere (anche musicali, di Ennio Morricone), del secondo sembra aver imparato a menadito la lezione sull'inquietudine come modo di essere e non come reazione; un'inquietudine autarchica, in pratica un mostro che si nutre di se stesso e di tutto ciò che vede, senza sbocco. Come certe malattie, appunto. 

Sylvia Hoecks é Claire Ibet son
Comparto attori di spessore: un grande Geoffrey Rush (secondo me, meglio qui che ne Il discorso del re) abile nello scivolare da un registro all'altro, dal minimale al patetico senza eccedere di una virgola. Donald Sutherland firma poco più di una cartolina, ma d'autore. Sylvia Hoecks tratteggia una multiforme fata in odore di essenze gotiche. 

E su tutti Giuseppe Tornatore, che ha scritto, sceneggiato e diretto il film. E in mezzo a tante mezze cartucce si è dimostrato ancora una volta un artista. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo blog Il Quaderno Sepolto

L'intervista realizzata da Stefano Masi a Giuseppe Tornatore:




La migliore offerta di Giuseppe Tornatore (93 pagg, 10 euro), Sellerio pubblica la sceneggiature e il quaderno di appunti del regista.











1 commenti:

Claudia Peduzzi ha detto...

Finalmente l'ho visto, ma la mia interpretazione è completamente diversa. Da donna. È in assoluto il film più crudele che abbia mai visto e in genere guardo film di guerra ...

Posta un commento

Lascia un commento!