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3 dicembre 2012

L'ORA DEGLI ADDII



L'addio alla letteratura di Philip Roth ha avuto un'eco assordante, quasi spropositata, o proporzionata solo alla notorietà planetaria dello scrittore, artista della penna e del management di se stesso. L'ultimo colpo di teatro finisce per coincidere con un atto di onestà dovuta al lettore: la pagina bianca come estrema opzione della scrittura, sulla scia di Mallarmé e di altri grandi fantasmi, non ultimo quel Rimbaud spaesato interprete della poesia come fase, momento, prima della dispersione. 

Ma l'opera di Philip Roth non può accreditarsi come segno lirico di un'epoca. L'epopea dei suoi antieroi contraddittori e sofferenti non si è mai posta al di fuori di un'ottica storica, ma al contrario ha cercato in modo capillare il contatto con la Storia, dove per Storia si intende lo scenario socio politico di un'America declinante. Un fatto artistico di assoluta schiettezza, se non fosse che con la scusa della ricerca di una morale, la riflessione di Roth ha corso il rischio di incagliarsi in una assoluzione permanente, e implicita. Penso per esempio al personaggio dello Svedese di Pastorale americana, figura troppo programmatica, troppo addentro ai canoni (letterari) per essere davvero memorabile: quasi un accumulo di luoghi risaputi e meccanici dell'essere americano.

Parlo da un punto di vista strettamente personale: nella ricerca di Roth non ho mai visto del vero sangue ma solo del succo di pomodoro, dei paradigmi teatrali efficaci ma tesi a dimostrare un assunto, sia esso lo sbandamento di una nazione all'indomani della guerra in Vietnam, sia esso la faticosa risalita dalle secche ideologiche di fine secolo. I suoi romanzi sono scritti benissimo ma valgono in quanto manualistica della scrittura: un tentativo di segno opposto rispetto a quello, per esempio, di Umberto Eco, che dell'erudizione cavillosa ha fatto un gioco colto di matrice propriamente storica: un gioco manifesto dove le regole sono chiare per tutti.

Roth ha nascosto il professore che è nel rifacimento della cronaca a mo' di Storia, mimetizzando il contenuto letterario/universitario in uno svolgimento di solito molto diretto, espressivo, desideroso di affondare nel fango e nel dolore della strada; ma il fondo delle sue parole presenta sempre un di troppo, un intento pedagogico che sfalsa la posizione dell'autore rispetto a quella del lettore, dando l'impressione di una sottotraccia non detta: un certo moralismo. Non un peccato capitale, ma un additivo amaro come un siero quando si presenta come ingrediente non richiesto. 

Sangue vero e sangue finto, si diceva. Un insospettabile esteta come Truman Capote ne ha versato di vero, per esempio. Roth ha rappresentato il sangue, e lo ha fatto benissimo, ma il suo massacro sa troppo di aula e di polvere per essere veramente addentro alla vita; una inversione di senso che ha come risultato il suono poco genuino del suo auto pensionamento. 

In altre parole il suo annuncio assomiglia troppo a quello di una rockstar che non ha più voce o a quello di un campione sportivo che non ha più fiato, e Roth così ha fatto: ha ammesso di aver accumulato abbastanza per un sereno tramonto. Una scelta dignitosa, ma paragonarla a Rimbaud e alla sua fuga esotica verso la morte mi pare davvero fuori luogo. La decisione romantica di lasciare la pagina muta e bianca ha a che vedere con un sentimento della letteratura più radicale di quello di un ricchissimo scrittore che ha avuto il merito e la fortuna di incappare in tanti successi perfettamente recepiti da pubblico e critica. Roth ha chiuso la sua vicenda artistica con dignità, ma gli annunci planetari riverberano sempre una luce troppo abbagliante per non portare con sé dubbi e doppie letture che hanno più a che vedere con lo smagliante mondo del merchandising che non con la ricerca umana di uno scrittore. 

Ogni autore prima o poi arriva all'ultima opera, ma non tutti si sentono in dovere di convocare una conferenza stampa per dirlo. Non lo hanno fatto scrittori più grandi di Roth, anche se ciò non significa che lui non avesse il diritto di farlo: è una questione di modi e di sfumature, di stile per dirla in una parola sola. Altrimenti si rischia di sovrapporre due modalità, quella creativa e quella mediatica, che hanno poco da spartire e tutto da perdere in una combinazione. La creatività del resto non si realizza a chiamata. Arriva, c'è, non c'è, se ne va senza dare il preavviso, torna senza chiedere il permesso. Congedarsene suona un poco improbabile, a meno che il gesto non coincida con l'esaurirsi di una forza primaria (vitale), un fatto troppo privato per essere dato alle gazzette. 

A cura di Ariberto Terragni, visitate anche il suo Quaderno Sepolto



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