Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

6 dicembre 2012

LETTORI IN VIAGGIO



Ci sono tanti punti di vista da cui osservare i lettori e i libri, solintreno.tumblr.com ci offre una carrellata di italiani alle prese con la lettura in viaggio: scatti di vita quotidiana, istantanee prima e dopo il lavoro, quasi un campionario di ciò che siamo nel tragitto del nostro corpo e della nostra mente. Impiegati, studenti, giovani, meno giovani, persino il controllore: è una grande famiglia quella dei lettori che si muovono, personaggi in un affresco dai toni sinceri che nel rumore di questi anni regala un sorriso e fa pensare bene. 


Libri come presenze, come compagni di viaggio tra le mani di persone che sanno mettere le cuffie da parte e lasciare che il pensiero lavori sul filo sottile del linguaggio: pochi e – Reader, come si evince dalle didascalie che tracciano un simpatico resoconto dei titoli incontrati, molte edizioni scalcagnate, con impresso il flusso della vita e i suoi incomodi. D'altra parte non avrebbe nemmeno senso dedicare uno spazio web ad una sequela di pezzi di plastica tutti uguali: nell'allegro fondersi di colori e logorii di vario grado, la narrazione nella narrazione delle copertine dipinge un curioso mosaico di personalità in divenire, quasi una natura morta che coglie l'individuo in un momento particolare, unico, un attimo indifeso e privo di artifici dove siamo ciò che siamo.

E' sorprendente come la lettura sappia plasmare anche fisicamente la persona: ce la restituisce in una forma limpida, come nel sonno, distante anni luce dalla recita fotografica dei social network o dalla rappresentazione di sé che gli stimoli mediatici inducono a dare. No, negli scatti rubati su un vagone c'è un surplus di verità che vince la sottile pellicola di risaputo che immagini tanto consuete portano con sé: bisogna anche imparare ad osservare le cose con nuovi occhi per scovare qualcosa di nuovo. E il nuovo è la riscoperta del simile, sotto una luce diversa, quella del corpo impegnato in quell'attività privata, muta, misteriosa che è la lettura. C'è sempre un tanto di indecente e troppo personale nello scatto a tradimento, ma qui se ne trovano a stento le tracce: il tessuto elegante che ricopre libri e lettori è morbido e per nulla vezzoso; è una bolla di meraviglia e contegno in aperta controtendenza con l'antiestetica della chiacchiera. 


Il richiamo all'arte di Hopper crea una specularità visiva e concettuale che coglie nel segno, e in modo non scontato: il parallelo tra la visionarietà quotidiana del pittore americano e la consuetudine in grisaglia di queste fotografie comunica la ricerca di una sottotraccia, la ricerca (l'inseguimento) di un gioiello nascosto nella polvere e nel banale di un vagone ferroviario. Come Hopper cercava lo straordinario nelle anime raggelate dei suoi soggetti, così il fotografo narra uno scorcio contemporaneo nella freschezza di un attimo di riflessione.

Non so se si tratti di una coincidenza, ma anche i titoli che l'osservatore trova nel corso della sua indagine sono tutti belli e importanti: non solo letture distensive in stile Carofiglio, che stanno alla letteratura quanto una fiction sta a Michelangelo Antonioni, ma anche testi densi e importanti, il segno che sotto la superficie chiassosa e imbecille di televisione e internet spazzatura c'è una forte resistenza intellettuale al brutto, una resistenza che ha trovato nella cultura e (perché no) nel suo piacere l'antidoto per stare al mondo senza per forza scendere a patti con il volgare e il qualunque

Non una fuga, ma un modo per riaffermarsi come teste pensanti anche in un momento all'apparenza secondario come una corsa in treno o in metropolitana: tipica fase di raccordo, priva di narrazione che però finisce per occupare uno spazio consistente nell'arco della giornata. La narrazione, semmai, viene data dal modo in cui questi spazi vengono vissuti, un po' come il detenuto spende la propria ora d'aria.

Ed è appunto la conoscenza l'unica risposta che si può dare ad un regime: sia esso violento, sia esso larvato e subdolo come quello che anestetizza le coscienze e impone gusti omologanti, nello stile di questi anni confusi e vili. Il fatto di mostrare che esiste anche un paese così è doveroso, anche se il silenzio della lettura e la pratica della conoscenza quotidiana fanno poco rumore in un sistema di comunicazione di massa che è disposto ad accertare l'esistenza solo delle forme più becere di condivisione, dalle scemenze di instagram ai tweet senza senso di starlette e ragazzini plagiati da troppa cattiva televisione. 

D'altra parte, se siamo bene o male a galla, è perché esistono ancora delle sacche d'ossigeno che ci sostengono. 

A cura di Ariberto Terragni