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12 novembre 2012

PAROLE, UNA TESTIMONIANZA DI VITA E DI POETICA



Antonia Pozzi nacque nel 1912 e morì nel 1938, suicida, nei prati antistanti la veneranda e bellissima Abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano. Una vita breve e passionale, segnata dall'inquietudine e dalla eccezionale poliedricità culturale: fu poetessa, traduttrice, fotografa, segnata da un bisogno di capire e di esprimersi bruciante, qualche volta sopra le righe, specie nella società clericale e fascista di quei tempi. 

La sua poesia nasce dalla terra e dal fuoco, dalla concretezza delle percezioni e dalla lacerazione interiore di un animo in conflitto. Sono poesie semplici, nel senso formale del termine: i componimenti non si dilungano in eccessivi artifici retorici, e la veste con cui si danno al lettore è di straordinaria e spontanea modernità. Ecco la prima considerazione: la poetica di Antonia Pozzi è in netto anticipo rispetto agli anni Venti, Trenta in cui si nacque e si perfezionò; l'impatto che ci dona è di una freschezza e di un nitore che continua a sorprendere, anche oggi, nonostante le alchimie linguistiche e strutturaliste che hanno sparigliato il linguaggio fino a renderlo un materiale da laboratorio. 

Antonia Pozzi sta al di fuori di questi discorsi. Non a monte, proprio al di fuori. La sua visione è autonoma rispetto agli assunti teorici della poesia nella sua accezione più inamidata e concettuale: è materia viva, genuina, è una forma di coabitazione con le cose e di comprensione del mondo, dove la semplicità di cui sopra non va confusa con la facilità, ma anzi, è il segnale di una cura, di un amore, di un'opera di levigatura linguistica che ha pochi epigoni nella letteratura a cavallo tra le due guerre. “O lasciate, o lasciate che io sia una cosa di nessuno”, invoca in uno dei suoi incipit più folgoranti: quasi l'autocertificazione, diremmo oggi, della sua autonomia, inappartenenza alle regole del gioco. 

La scrittrice milanese ci ha lasciato una sola opera completa, oltre alle fotografie e alle pagine di diario: Parole, la summa del suo pensiero e dei suoi affetti, uno scrigno prezioso, una mappa attraverso i percorsi tortuosi del suo itinerario. Non c'è niente di immediato in queste poesie, che sono piccole isole luminose nel buio di un'esistenza segnata dalla probabile depressione e da una sensibilità insieme rabdomantica e incessante (la capacità della scrittrice di captare i sommovimenti emotivi di un paesaggio o di uno stato d'animo è impressionante).


Come sempre la poesia è un dono e un castigo, e oggi, a cento anni dalla nascita di Pozzi, possiamo provare con più serenità e più strumenti di analisi a rileggerla, e a capire che tanta concentrazione di vissuto in così pochi anni di vita è qualcosa di più di una felice combinazione del caso: è un lascito simbolico di rara densità, un gioiello cupo, non scontato, che si merita un posto tutto suo nel panorama letterario contemporaneo. “Quando accadrà che senza ritorno io me ne debba andare” scrive nell'ottobre del 1930, a otto anni dal gesto fatale che porrà fine alla sua esistenza. Leggere l'opera di un artista a partire dall'epilogo della sua biografia è un gioco scorretto, ma qui siamo al cospetto di una realtà più complicata: arte e vita si confondono e, come spesso accade, la seconda non riesce ad essere all'altezza della prima, causando il cortocircuito, l'impossibilità di continuare a pensarsi come un meccanismo efficiente. Spesso alla base della poesia c'è una disarmonia, quell'essere fuori tempo cui alludeva Montale (non a caso, colui che riscoprì Pozzi sotto il profilo critico, anni dopo la sua morte) e che nelle liriche di Parole trova una sua silenziosa conferma: il suicidio come convitato di pietra è un elemento necessario per addentrarsi nella comprensione di Parole, e lo è tanto più nella sua forma a priori, cioè la distanza dalla vita in vita. 

Strade, terre, montagne, cieli, acqua. Le manifestazioni divine in Antonia Pozzi sono tutte terrene, e non è un ossimoro. “Il monte primaverile di Dio” dice in chiusa di All'amato. I semi sparsi di un senso del sacro problematico e sofferto sono solo una delle tante piste che possono aiutare a capire la sua opera: di clamorosa intensità e ampiezza di argomenti, ma anche di freschezza e lucida analisi persino nei lembi crepuscolari del rapporto con Dio e con la morte. 

Rileggerla significa rinnovare una sensazione di stupore e di mimesi totale con la sostanza del testo: un gioco di identificazione che non è solo apparizione, ma una forma di dialogo post mortem, come se la verità della poesia di Antonia Pozzi fosse destinata a rinnovarsi nel corso del tempo, arricchendosi di implicazioni che ci parlano sempre più da vicino. 

A cura di Ariberto Terragni che potrete ritrovare anche sul suo Quaderno Sepolto.

Per approfondire:


Parole di Antonia Pozzi, CreateSpace, 406 pagg, 11.43 euro


Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia di Graziella Bernabò, Ancora, 368 pagg, 24 euro


Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicate e altri scritti di Antonia Pozzi, O. Dino e G. Beranabò,  Luca Sossella Editore, 656 pagg, 20 euro. Difficile reperibilità.


Nelle immagini dell'anima di Antonia Pozzi, Ancora, 112 pagg, 22 euro


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