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21 novembre 2012

DUE CHIACCHIERE CON PROUST


Non sono riuscito a leggere la Recherche di Proust. E' una storia di alcuni anni fa, quando avevo svoltato la ventina da poco. Mi sono fermato a Sodoma e Gomorra. Forse non avrei dovuto prenderlo di petto, avrei dovuto tentare un approccio meno violento, magari dilazionando i capitoli. Ma non l'ho fatto, e ora non so quando tenterò un nuovo assalto, so solo che quando ci riproverò farò le cose per bene, e ricomincerò daccapo, da Dalla parte di Swann. 

Qualche tempo fa ho sentito Eugenio Scalfari che, in un'intervista, ricordava la sua passione giovanile per l'opus di Proust, sostenendo di averlo letto tutto intorno ai vent'anni; lo stesso fece Giovanni Raboni, in seguito autore della traduzione odierna della Ricerca, una fatica che posso solo immaginare, anche in considerazione dell'ottimo risultato. 

Come mai loro ce l'hanno fatta e io no? Tra le tante, varie e fantasiose spiegazioni che mi sono dato, ne ho trovata una che mi ha particolarmente convinto: intellettuali come Scalfari e Raboni provengono da una generazione, forse l'ultima, che faceva della parola e del racconto un momento della propria vita. In assenza di media e di televisione, con il cinema che ancora rappresentava un evento e la fruizione di film una degustazione più che un consumo di massa, la pagina scritta era il luogo della riflessione, il ritaglio privato del dopocena, retaggio forse, di un'epoca in cui la famiglia si ritrovava attorno al fuoco del camino per raccontarsi storie. L'uomo lo ha sempre fatto: ha immaginato e raccontato. Per passare il tempo, ma anche per tramandare insegnamenti, valori, tradizioni; per riaffermare un'appartenenza, o anche solo per il piacere di farlo. 

L'animale uomo racconta e ascolta. Lo fanno ancora i bambini, con le favole narrate dai genitori (non so se si usi ancora, ma io ho fatto in tempo a vivere almeno questo), lo fanno meno gli adulti. La pratica della lettura silenziosa ha soppiantato ormai da qualche secolo la bella e sensata tradizione della lettura recitata, ad alta voce. Ma non voglio divagare. Parlavo di storie. Come si innamorano Paolo e Francesca? Leggendo le vicende di Lancillotto e Ginevra; il Decameron di Boccaccio che cos'è se non un contenitore di storie? La vicenda della peste e del rifugio in un luogo appartato è poco più di un pretesto letterario per mettere in scena il vero protagonista del libro: le storie nelle storie. Il passaggio ai Racconti di Canterbury di Chaucher è quasi obbligato, e non fa che costituire un altro esempio. 

Oggi siamo abituati alle informazioni finalizzate: se leggo qualcosa quel qualcosa mi deve servire in modo pragmatico e immediato (la lettura come tutorial, potremmo dire, attualizzando); difficile allora apprezzare le ampie volute di Dostoevskij, con il loro carico descrittivo e arioso, così lontano dalla paratattica sintetica delle tragiche scuole di scrittura creativa, oppure il Balzac di Papà Goriot, con la minuta descrizione dell'Hotel de la Mole, ripresa da Auerbach nel suo celebre Mimesis come esempio di realismo nella letteratura. 

Forse è realismo la parola chiave per capirci. Il minimalismo, preso un tanto al chilo come padre della prosa moderna da Hemingway in giù, ne ha fatto a meno. Detto così sembra una paradosso, ma riflettiamo un momento: se la caratteristica principale della prosa minimale è il non dire, il sottrarre, il lasciare inteso, ne consegue che il vuoto che si crea è colmato dal lettore, con il suo bagaglio di immagini. E le immagini soggettive non sono più la descrizione oggettiva e magari pedante della pensione della signora Vauquer. Un tempo i racconti dovevano essere minuziosi, perché dovevano corrispondere al bisogno di concretezza di chi ascoltava e voleva, pretendeva di sapere, un po' come il bambino che chiede il perché delle cose, chiede com'era vestito il principe della fiaba, com'era il suo cavallo e con che mano impugnava la spada. 

Esaurita questa curiosità, la scrittura ha cambiato obiettivo: dal piacere di indulgere alla fretta di arrivare. In sé è una trasformazione neutra, né buona né cattiva. Buona, fantastica quando a praticarla sono Hemingway e Cheever, cattiva quando i loro tanti emuli si divertono a piazzare un punto fermo ogni due parole. 

In definitiva: sono vittima anch'io del linguaggio pubblicitario, dei brutti film, della presenza massiva del web pronto uso. Per quanto sia un lettore forte, non riesco più a reggere il tono descrittivo della Ricerca per un tempo troppo lungo senza chiedermi, magari inconsciamente, dove vorrà andare a parare. E così facendo mi perdo il meglio della letteratura, che è il gusto della pazienza, l'amore per il dettaglio. Ma forse sono in tempo per rimediare. 

A cura di Ariberto Terragni, visitate il suo Quaderno Sepolto



2 commenti:

claudia peduzzi ha detto...

Ci sono descrizioni e descrizioni. Non ho letto Proust, perchè le sue elucubrazioni mentali non m'interessavano minimamente. LUI aveva dei problemi, non è il caso che li faccia venire anche a me. Sono autori che si riesce a leggere solo se in quel momento si è sulla stessa lunghezza d'onda, altrimenti sono inesorabilmente noiosi. Altra cosa sono ad esempio le descrizioni di Tolstoj, l'affresco di un epoca, che purtroppo ha tante, troppe, analogie con la nostra società. Queste per me diventano il punto di partenza per riflettere e capire la storia. Ma io sono stata educata senza la televisione e oggi sono una specie di aliena.

Ariberto Terragni ha detto...

Liquidare Proust come uno "che aveva dei problemi" mi sembra un po' ingeneroso. Ha disegnato un affresco totale su un tempo e una società sull'orlo dell'estinzione. A questa stregua non dovremmo leggere più nemmeno Baudelaire o Nerval, che ne avevano parecchi di problemi. Penso anch'io che la televisione sia una delle principali cause di questa degenerazione. Il discorso si potrebbe allargare anche al cinema, dove le inquadrature non durano più di due o tre secondi e i piani sequenza e i silenzi non esistono più, perché ci annoiamo di tutto, subito.

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