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3 ottobre 2012

SI SCRIVE CHICAGO MA SI LEGGE EGITTO



La penna abile di Ala’ al Aswani ci conduce stavolta all’interno di un dipartimento di istologia dell’Università di Chicago, dove studia e lavora un nutrito e vivace gruppo di  ricercatori egiziani, borsisti in esilio.


Questi uomini e donne si muovono in una Chicago che sfreccia veloce e gela le loro mani con i suoi inverni infiniti; sono spesso tentati e sedotti dall’American Way of Life, amamo e temono tutta quella libertà che li accoglie e li stordisce. Le trame dei loro esilii tessono la storia del paese, nazione amata e odiata, dalla quale si fugge per poter riformulare più dignitosamente la propria esistenza, per giocare senza trucchi, per vedere chi vale davvero. E allora accade che loro, i fortunati che sono scappati, che si sono messi in salvo dal regime, dai soprusi, dalle ingiustizie perpretate dai burocrati del loro paese, debbano prendere posizione. L’occasione è la visita ufficiale del presidente egiziano a Chicago, l’evento smuove in tutti antichi rancori, paure, servilismi e sete di libertà. Perché, per quanto si possa andare lontano, l’Egitto resta piantato nel cuore ed è ferita e amore.

 Al Aswani parla chiaro, la sua critica al regime di Mubarak (questo libro è del 2006) è tutt’altro che velata, descrive impietosamente il vecchio presidente irrigidito nella sua maschera, col suo sorriso collaudato da anni, quello che viene bene in foto, il cerone d’ordinanza per sembrare più “fresco” e giovane (dove l’abbiamo già visto?). Irride e celebra il corteo di burocrati che lo segue, che gli scrive discorsi vuoti e sempre uguali, che vive di luce riflessa.

Su tutti i protagonisti, però, lo sguardo dell’autore è privo di condanna  e colmo di tenerezza per i loro sogni di immigrati, per il modo in cui ciascuno risolve e ricostruisce la sua vita. L'autore si muove bene nell’ambiente universitario (é proprio nell’Illinois che ha studiato), le descrizioni sono vivide e il racconto restitusce la vita brulicante della comunità egiziana. Forse per questa sua capacità di “cogliere nel segno”  è stato per molti anni censurato in patria, finché non ha raggiunto il successo con Palazzo Yacoubian tradotto in 14 lingue.

L’America di Chicago non è solo la grande democrazia che tende la mano ai valenti e tratta i suoi figli con equità e giustizia, è anche il paese traumatizzato dal suo 11 settembre, un luogo nel quale essere arabi  è un compito sempre più arduo e rischioso. 

Al Aswani critica con durezza la politica estera statunitense, il codardo e conveniente appoggio a Mubarak, la vita in America, ci dice l’egiziano copto Karam, somiglia alla sua frutta, bellissima fuori, e insapore. “Ho imparato che anche in una società ricca la gente può non essere felice, come ho descritto nel romanzo Chicago”, dichiarò l’autore in un’intervista al Manifesto.

E pare che l’Egitto non sia felice nemmeno con Morsi, il governo dei fratelli musulmani, democraticamente eletto, ripristina i reati d’opinione e li punisce con la reclusione. Ancora una volta gli scrittori e i poeti fanno paura.

A cura di Silvia De Marchi



Chicago di Alaa Al Aswany, Feltrinelli, 310 pagg, 17.50 euro, in economica a 9.00 euro, anche in formato e-book (solo lingua inglese) a 6.00 euro


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