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2 ottobre 2012

RACCONTARE IL PRESENTE



Circa mezzo secolo fa Italo Calvino si interrogava sul presente e sul futuro della forma romanzo con una serie di articoli e interventi di rara lucidità. Non solo lui, a dire il vero: era un intero arco generazionale e letterario a interrogarsi sulle modalità del proprio fare letteratura. Si trattava di un dibattito su vasta scala, grazie al quale mettere a fuoco il senso di un lavoro, quello della scrittura, sempre denso di incognite e di fraintendimenti. Le dispute alle volte degeneravano in contese personali, oppure la smania di fare della teoria a tutti i costi annebbiava la sostanza stessa della letteratura, che è un fatto estetico prima che politico o analitico; ma c'era fermento, le idee giravano, nessuno aveva paura di esporsi. 


Mi ha colpito in particolare un ragionamento proposto da Calvino sulla letteratura industriale: quel genere cioè che per la prima volta entrava nelle fabbriche, poneva in risalto la vita dell'operaio come soggetto della narrazione e non più solo e soltanto come oggetto storico della Rivoluzione industriale. Calvino la intendeva come un momento di verità nella testimonianza del presente, come se l'incursione della letteratura sul terreno aperto del confronto civile e della lotta per la giustizia sociale fosse il dato saliente di quell'epoca e di quella contemporaneità. Analizzava l'opera di Bianciardi, Ottieri, Arpino, individuava un movimento di idee che si imprimeva come un genere a sé stante. 

Viene da chiedersi: e ora quale genere può dirsi altrettanto connotativo nei confronti del nostro presente? Una sola risposta non è possibile. Prima di tutto perché non vedo da nessuna parte un dibattito altrettanto articolato ed esteso, e poi perché non vedo una letteratura capace di raccontare il presente con l'ambizione della testimonianza che vada oltre il racconto personale. Che questi fossero anni di liquefazione e di comportamenti personali sostanzialmente contrapposti ai comportamenti sociali già si era capito: la forma del diario personale ha assorbito quella che in altri tempi è stato il tentativo di descrivere la società attraverso una terza persona, un alter ego che fosse al contempo l'idea dell'autore e il catalizzatore di tutte le istanze politiche e culturali che si agitavano nell'aria in quel momento. 

C'è da dire che forse non è corretto ostinarsi a paragonare il presente con il recente passato: gli alfabeti cambiano, così come le sensibilità collettive, che, specie in questi anni, hanno subito una brusca sterzata da un “noi” magari un po' presuntuoso e populista ad un “io” che però ha il respiro corto e che molto spesso non ha la forza e magari nemmeno l'attitudine di assumersi troppe responsabilità. Non è detto nemmeno che una generazione letteraria debba per forza di cose individuarsi attraverso uno spirito univoco (la classe che ci ha preceduto, quella, diciamo così, postmoderna, è stata la prima a confrontarsi con la frantumazione dell'esperienza). 

Ma mi rifiuto di credere che gli unici mezzi con i quali possiamo addentrarci nel reale e nel presente siano le armi del fantasy e del genere inteso come horror o giallo; se penso a ciò che l'esistenzialismo ha rappresentato per la cultura e per il pensiero (e quindi, di rimando, per la letteratura) in termini di definizione della dignità umana, di analisi dei comportamenti e di denuncia aperta del conformismo e dell'alienazione, mi pare impossibile che in un momento critico come quello attuale le chiavi di lettura siano così poche e così inadeguate. Come se ci fosse una paura di fondo, una reticenza che impedisse di affondare la lama nella ricostruzione del reale. E' come se la letteratura, più di qualsiasi altra arte, si facesse troppe remore a diventare uno specchio della crisi.

E' possibile esprimersi in questi termini solo circa le proposte editoriali, ovviamente. Del sommerso, vero, grande genere nel genere di questi anni, si sa poco, e quel poco è affidato alle torbide, ingarbugliate, sgangherate trame del self – publishing, dove l'illusione di avere una voce ha preso il posto della voce stessa, in un cortocircuito (un simulacro) che danneggia la letteratura ed esalta il Potere. Non so se Calvino avrebbe individuato in questa sfasatura una coincidenza a dir poco sospetta, lui che non aveva mai smesso di interrogarsi sui perché del proprio ruolo. 

Ma sono questioni che spettano solo e soltanto ai contemporanei, ai viventi, anche se non capto in giro una grande voglia di misurarsi con i significati sempre più intraducibili che i tempi ci sottopongono, e non per la fregola di etichettare tutto e tutti, ma per curiositas, pura e semplice indagine che penso sia ancora il primo dovere di uno scrittore. 

A cura di Ariberto Terragni



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