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24 ottobre 2012

LA CONVERSAZIONE DI ELIO VITTORINI



Serena Maffia olio su tela

E' una Sicilia essenziale quella di Elio Vittorini. Un paesaggio onirico, un luogo poetico. Il tratto di questo intellettuale militante e fuori dagli schemi emerge con forza imperiosa tra le pagine di Conversazione in Sicilia, specie di racconto confidenziale, diario, collezione di miniature che l'autore confeziona a mo' di prezioso mosaico.


Il libro parla di un viaggio. Silvestro Ferrauto parte dalla stazione di Bologna alla volta della Sicilia: tre giorni in cui ha tempo per meditare sul suo passato, sulla congiuntura storica e politica che si trova ad attraversare, ma anche sul senso delle sue origini e sulle prospettive che si aprono, al di là della “quieta non speranza” in cui lo stato d'animo del protagonista è precipitato.

Cronaca di un viaggio, ma anche grande metafora. La conversazione si manifesta tramite incontri simbolici con la piccola grande fauna umana che Silvestro vede attecchire intorno a sé: l'Uomo delle arance con la sua Piccola Moglie, gli squallidi funzionari di regime con e senza Baffi, e poi il Gran Lombardo, figura di fierezza e compostezza, a cui l'autore affida alcune delle riflessioni di più vasto respiro in termini morali e politici. 

Ma ridurre Conversazione in Sicilia ad un campionario dell'umano è troppo poco: nel fondo della narrazione si cela un meccanismo più complicato, fatto di continui scambi tra passato e presente, tra la coscienza di sé (sempre lucida, sempre problematizzata) e il ricordo dei desideri perduti, che la libera associazione mentale rievoca per mezzo di sapori, odori, immagini. Proporre un parallelo tra Vittorini e Proust è fin troppo facile, ma forse nemmeno troppo utile alla comprensione del testo, che trova sbocchi di originalità ora concreti ora rarefatti, sul filo del vagabondaggio di un pensiero che abbatte ogni recinto e che con la sua libertà assoluta serve più di molte prediche a scardinare i luoghi comuni e il conformismo di un regime che ormai ha imboccato la strada senza ritorno della dissoluzione.

Sì, perché Conversazione in Sicilia è anche una presa d'atto politica: in un momento storico ben preciso, la Guerra Civile Spagnola, avviene la sintesi intellettuale ed etica del protagonista, che ha l'occasione, dopo una riflessione maturata già negli anni, per capire che il fascismo non è quell'opzione di libertà che aveva vagheggiato; non è, in altri termini, la possibilità di riscatto da parte dei meno abbienti nei confronti della borghesia conformista, ma conformismo a sua volta, prassi burocratica che mira nel modo più ottuso alla conservazione del potere. La chimera di un fascismo di sinistra è vanificata, forse non c'è mai stata. Il ragazzo è diventato uomo, e ora si trova a dover fare i conti con i cocci di una vita intera.

Una possibile risposta alla disillusione e allo scacco esistenziale è forse il ritorno alla Terra e alla Madre, i due archetipi che motivano e in parte spiegano le cadenze dell'itinerario. E' un percorso tutto fisico quello che Vittorini percorre, e lo fa senza sconti, senza lasciare che la trama offuschi la necessità fisica da cui il romanzo nasce, con tutto il carico di contraddittorietà e divagazioni tipiche di ogni processo umano. 

Sì, forse da questo punto di vista il romanzo è debitore di Hemingway, come la critica aveva ravvisato alla sua pubblicazione, ma oggi possiamo dire che lo è più nella forma che nella sostanza. Una certa immediatezza della prosa, per così dire secca e priva di fronzoli, è certamente mutuata dal romanzo americano, di cui non a caso Vittorini fu uno dei primi e più importanti traduttori (e divulgatori, non dimentichiamo il suo grande impegno come operatore culturale in anni difficili per tutto ciò che veniva dall'estero, dall'America in particolare), ma credo sarebbe molto scorretto far coincidere l'estro narrativo dello scrittore con un'originalità di seconda mano. Semplicemente, non è vero. 

Come ravvisava Moravia in un approccio critico a Conversazione, l'arte è anche un fatto di osmosi. Come dire: siamo influenzati dall'epoca in cui viviamo, dalla letteratura che leggiamo e forse, aggiungo io, dal bisogno di rovesciare i regimi e il loro cascame anche dal punto di vista linguistico e intellettuale. 

Un tentativo ambizioso, ma riuscito, fatto non scontato quando si tratta di far coesistere la dimensione privata dell'esistenza (il ricordo personale, il rapporto individuale con il proprio paese) e quella pubblica, storicizzata. Ma Conversazione in Sicilia riesce a tenere in equilibrio questi due lembi di universo. E lo fa con garbo, cura del particolare, passione autentica per la letteratura che qui, come non mai, coincide con la passione per la vita. 

A cura di Ariberto Terragni che potete leggere anche sul suo Quaderno Sepolto.


Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, BUR, Grandi Classici, 352 pagg, 8.90 euro


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