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16 ottobre 2012

FANTASY DIPENDENTI



Sono anni che parlando con gli amici, tutti più o meno fantasy-dipendenti, ho ormai appurato quello che per me è un triste dato di fatto: nessuno, tra quelli che conosco, ha mai letto la saga di Death Gate, alcuni tra i libri più belli che abbia mai letto. E da quello che vedo girando un po' in rete il “male” è diffuso anche al di fuori della cerchia dei miei conoscenti.



Sto parlando di sette libri scritti nella prima metà degli anni '90 da Margaret Weis e Tracy Hickman, quelli di Dragonlance per capirci, in cui gli autori seppero infondere tutta l'esperienza maturata scrivendo i loro più noti best-sellers, forse ancora un po' immaturi.

Credo che leggendo la quarta di copertina del primo libro possiate farvi una cattiva idea: La Terra spaccata in quattro? Un nuovo mondo per ognuno dei quattro elementi? Cose da Gormiti insomma... Andate oltre, conoscete un pochino meglio i fantastici protagonisti della storia, calatevi nella filosofia che regge tutta la trama e soprattutto godetevi il viaggio attraverso un'ambientazione curata al dettaglio che non è affatto banale come appare all'inizio.


Abbiamo quindi quattro mondi, a cui corrispondono i primi quattro libri, e un protagonista, Haplo, appartenente ad una razza superiore capace di dominare la realtà (o meglio, manipolare le percentuali) conoscendo il vero nome delle cose. La razza di Haplo è stata prigioniera per secoli, rinchiusa dalla sua contropartita “buona”, e ora vuole vendetta. Il giovane viaggia in incognito tra i mondi attraverso la Porta della Morte, seminando il caos e preparando la venuta del suo signore. Conoscerà elfi, nani e umani, scoprendo che a seminare il caos sono bravissimi da soli e ritrovandosi invischiato in qualcosa persino più grossa di lui che è quasi onnipotente.

Weis e Hickman sono famosi, o famigerati, per Dragonlance, il loro prodotto più “pop”. Ma hanno scritto anche dell'altro: chi li ama non può lasciarsi sfuggire questa saga; chi li odia invece dovrebbe dargli un'ultima possibilità leggendo quelle che, almeno a mio modesto parere, sono le loro opere migliori. 

A cura di Giuseppe Recchia


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