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15 ottobre 2012

COLUI CHE PORTA IN SE' L'ALTROVE



“Migrare è un’esperienza di morte” mi ha detto un giorno Tahar Lamri, e all’epoca mi parve un accostamento esagerato, ma la sua anima di scrittore e di migrante ci vedeva lungo, e infatti disse bene.


Partire, lasciarsi dietro il proprio paese, i propri affetti, le proprie abitudini, abbandonare la lingua madre significa morire ad un orizzonte per poter (forse) rinascere ad un altro; essere partoriti di nuovo da un'altra lingua che ci consegna altri affetti, altri colori, cibi e profumi.

Di questa esperienza radicale, mortale eppure vitale ci parla Mopaya, romanzo biografico che racconta la storia di Gabriel Nganga Nseka, giovane migrante proveniente da Kinzadi (Congo) e arrivato a Bruxelles dopo un lungo viaggio che lo ha visto attraversare l’Angola in guerra. Il racconto, breve, si snoda attraverso le parole di Douna Loup, scrittrice svizzera giovanissima e raffinata alla quale Gabriel ha affidato la sua storia. 

Un plauso va fatto alla giovane casa editrice torinese Miraggi Edizioni che l’ha scovato e tradotto per noi, il volume era infatti uscito nel 2010 per l’Harmattan (Francia). Il libro si presenta subito bellissimo e raffinato, con la sua sovraccoperta in carta da pacchi forata e l’immagine di due mani intrecciate che s’intravede. Impaginazione ariosa, una bella carta avoriata all’interno; un’attenzione all’estetica e alla grafica che, sempre più spesso, è marchio distintivo di piccole realtà editoriali di qualità, attente al contenuto e al “contenitore”.

Mopaya, come suggerisce il sottotitolo, significa in lingua bantu "colui che porta in sé l’altrove"; è il viaggiatore, il migrante, colui che è morto e poi risorto. Il mopaya è il respinto: costretto a fuggire, tenta la fortuna in un paese che non conosce e che non lo vuole. Egli non si sente più a casa nel suo paese e non si sentirà mai completamente a suo agio nel paese di adozione; ma poco importa, perché il nostro mopaya ci dice sin da subito: “Ho perso la sensazione di appartenere al mondo. Sono un esiliato nei paesi dei mortali. Sono qui, non mi attacco granché alle cose, perché so che le cose non sono nulla”.

Gabriel si racconta a Douna in svizzero tedesco, la lingua del paese in cui ha trovato dimora, la lingua nella quale la sua odissea prende forma, nella quale i suoi lamenti diventano poesia. Gabriel si accorge di amare questa lingua, che definisce “Grezza, senza struttura, senza garbo né menzogne. Una lingua che si parla con le budella, che si sputa quasi. […] Lo svizzero tedesco è crudo, colpisce, parla con franchezza, odora di cielo e terra in collera, grida in fondo allo stomaco”. 

In questa lingua, nella lingua del paese che l’ha respinto, nella lingua della donna che ama e che lo salverà sposandolo, Gabriel sgrana il suo rosario di disperazione e fatica, grani ruvidi che ci consegnano una vita iniziata con la dolcezza del latte materno, il ricordo preciso del calore del corpo di una donna che è tutt’uno col suo bimbo avvolto stretto attorno al cuore, una madre piegata dal sole e dal lavoro nei campi. E poi ancora la prima volta che ha conosciuto la morte, la fatica di crescere per un bimbo orfano, le regole dure della scuola del villaggio in Congo. Douna scrive dell’Angola, di Luanda la nera che è diventata l’inferno personale di Gabriel, un paese in guerra che è stato tappa necessaria per il suo viaggio verso l’occidente, verso la pace, verso un futuro che anche se incerto, gli sembrava sublime.

Ed eccolo, il nostro Mopaya, approdato in Svizzera, dove scopre subito che la pioggia di Basilea è sporca e fredda, lontana anni luce da quel bacio tra cielo e terra che è la pioggia africana. Questo libro piccolo e prezioso ci dice una grande verità: che si fa una gran fatica a trovare nel mondo quel posto che ci corrisponde; e se sei nato nell’emisfero sbagliato, se appartieni al MondoSud e scegli di emigrare sarai destinato a vagare per le terre, portando dentro di te l’altrove. 

A cura di Silvia De Marchi

Mopaya. Colui che porta in sé l'altrove, Miraggi Edizioni, 96 pagg, 12.00 euro



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