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04 luglio 2012

TU CHE ITALIANO PARLI?



Parlare di letteratura significa affrontare le tematiche del linguaggio; la prima, e la più ingombrante, riguarda la lingua che si pratica, nel mio caso l'italiano. 


A che punto siamo? Dove si colloca l'italiano oggi? Ma soprattutto: che cos'è l'italiano? Ecco qua intavolati gli estremi per almeno tre anni di ricerche e svariate conferenze. Tutte inutili, perché tra tre anni i dati raccolti sarebbero già carta straccia data la velocità con cui una lingua consuma se stessa per continuare a esistere. 

Ma chi usa la lingua come uno strumento non può sottrarsi a qualche riflessione. L'italiano è una lingua duttile, una lingua di gomma, come diceva Calvino: serve a tradurre abbastanza bene quasi tutte le lingue del mondo, ma di per sé è intraducibile; è stratificata, sormontata, intersecata, abitata da spettri e zavorrata da cascami. 

Prima considerazione: non esiste un italiano puro. Il discorso potrebbe valere per qualsiasi lingua del mondo (forse solo il latino ecclesiastico fa eccezione in ambito occidentale), ma per ora fermiamoci qui. Esistono tanti italiani: quello finto aulico dei professori, quello claudicante dei giornalisti, quello gergale delle famiglie... come dire: le vecchie classificazioni (popolare, standard, colto e via dicendo) non sono più sufficienti a contemplare una varietà fonetica e lessicografica che ormai è impossibile definire in modo esaustivo. 

Ci sono le contaminazioni anglofone, i tecnicismi d'importazione, le scorie industriali dell'espansione economica. E in più la presenza dei dialettismi, o per meglio dire di quelle inflessioni tonali o lessicali che la televisione ha sparpagliato per la penisola, triturando e mescolando in modo artificioso idiomi locali che tra di loro non avevano nulla a che vedere (dalla romanità più chiassosa alla milanesità più stupida e irreale). Senza contare l'eterno e immutabile italiano burocratico, quello da verbale, quello da prima il cognome e poi il nome: il punto forse più basso verso cui è stata piegata la nostra lingua. Insomma, una realtà più variegata di quanto si possa pensare ad un primo ascolto.

C'è però una categoria che sfugge a quanto detto finora. Un genere per così dire trasversale, orizzontale, di cui tutti siamo vittime e complici. Parlo dell'italiano medio. L'italiano per tutte le occasioni, che non turba, che non fa una grinza. Più che di lingua bisognerebbe parlare di uniforme, perché è l'italiano medio ad averci veramente unificato: una lingua artificiale, depurata, ma anche leggera, priva di spessore, quasi inconsistente. 

E' l'italiano televisivo degli anni sessanta che ancora oggi si può ritrovare nel linguaggio da fiction: un italiano che non dovrebbe esistere, sganciato tanto dai regionalismi quanto da una cultura problematizzata; è l'idioma di Stato, costruito a tavolino per far comunicare le persone più agevolmente, insegnato e diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado. Una lingua che con Dante Alighieri non c'entra nulla, e che odora invece di fascismo, quel fascismo che per primo si impose come macchina omologante e conformante: l'italiano medio è infatti una lingua fortemente conformista; povera, scarnificata, ridotta all'osso. Una lingua utilitaristica, del tutto priva di coloriture, che ha dato battaglia alla varietà semantica, ha abolito la sinonimia, ha avuto la pretesa – sciocca e prepotente – di oggettivare la realtà in un novero ristretto di vocaboli. 

L'italiano medio è l'illusione di sapere l'italiano, quando invece si è solo gli inconsapevoli strumenti di una sofisticata tecnologia politica che attraverso il controllo del linguaggio ha avuto la pretesa di controllare ciò che ne determina il funzionamento, il pensiero. Fascismo, allo stato puro. Non conosco il russo e non posso spingermi troppo in là con il ragionamento, ma sarebbe interessante scoprire se anche lì non si annidasse la lunga mano del potere sovietico, specie negli stati satellite che parlavano altre varietà di slavo. (Il brutto/bello della lingua è proprio questo: nella sua carne morbida la Storia lascia i segni dei suoi artigli, ce lo insegna Michel Foucault). 

Vogliamo provare ad allargare il discorso un altro poco? Pensiamo all'inglese parlato dai non madrelingua: non è forse una bruttissima copia dell'originale? Un detrito, un calco che rispetto al linguaggio a cui si rifà, una parodia dove la verità espressiva è la prima vittima. 

E dove si restringono gli spazi espressivi si riducono gli spazi di libertà, è fatale. Meno mezzi linguistici ho a disposizione, meno modi ho per dire di me stesso e del mondo. E più sono prigioniero. 
Il rischio di cui parlava Pasolini era proprio questo. A monte dell'omologazione dei comportamenti c'è un'omologazione del pensiero. E l'omologazione della lingua è il primo, ma decisivo, passo per ottenere l'obiettivo: la lingua come forma di controllo. La scuola come forma di controllo. La lingua insegnata a scuola come idioma ufficiale del potere. La lingua della televisione come corroborante, e il gioco è fatto. O no?

Mi tengo lontano dal tecnicismo (che vale solo nei manuali, mai nella realtà) e propongo un'ultima considerazione: le lingue sono mobili, mutevoli, e spesso seguono traiettorie impensabili. Il latino è diventato volgare, sono nate le lingue romanze, è iniziata una nuova storia. Tentare di imbrigliare una lingua è come pretendere di mettere l'oceano in un barattolo.

La frammentazione dell'italiano e la sua ricomposizione nello squallido surrogato della sua forma media è probabilmente solo una fase di passaggio, verso chissà cosa. Nel gioco di infinite mediazioni e contaminazioni, la lingua si porta addosso le incisioni della nostra storia, le offese subite, le occasioni mancate, “Ogni limite è forse solo un taglio arbitrario entro un insieme continuamente mobile”, dice Michel Foucault. 

Mobilità, è questo il termine che deve far riflettere. Termine a cui però accosterei anche solitudine, l'altra faccia della medaglia con cui la lingua italiana deve confrontarsi: una lingua tanto preziosa, tanto delicata che è difficile da tradurre. Tanto duttile e generosa nell'assorbire, quanto parca e parsimoniosa nel darsi. Non sono in gradi di dire se questa particolarità, alla lunga, ne determinerà l'estinzione (termine peraltro scorretto, dovremmo parlare di macro assorbimento o di qualcosa di simile) o se invece ne garantirà la sopravvivenza. 

Quel che è certo è che l'italiano può contare su un dato di fatto: è una lingua che nasce in forma scritta. E' una lingua letteraria prima che parlata. Caso anomalo, ma fortemente connotativo, e non privo di conseguenze. Prima fra tutte la divaricazione marcata tra lo scritto e il parlato (inevitabile in qualsiasi idioma, ma qui come non mai evidente) e una sfasatura, generica ma dura a morire, in seno allo stesso linguaggio. Come se l'italiano nascesse già fratturato, già scomposto (e da qui lo strenuo tentativo della narrativa novecentesca di ricomporre la cesura, con alterne fortune per la verità, ma questa è un'altra storia). 

Una debolezza che un domani potrebbe rivelarsi una forza. Scripta manent: la letteratura italiana rappresenta una delle realtà più solide e concrete del panorama mondiale. Parlato debole e sparpagliato, struttura forte e duttile. Sono due realtà contrapposte, ma determinanti. Quale potrà essere il destino della nostra lingua è difficile da dire. Sicuramente qualche esperto avrà già pronto un logaritmo che ci illustrerà l'andamento e le prospettive quantitative dell'italiano, ma si tratterà nel migliore dei casi di un parametro insufficiente. 

La lingua è prima di tutto una realtà in divenire, dove le forze contrapposte (scritto – parlato, alto – basso...) segnano un conflitto dove non ci sono vincitori e vinti, ma mutamenti. Semplici, complessissimi mutamenti. Regressioni, arricchimenti, oblio. Ed è il movimento di questi elementi imponderabili, o ponderabili solo a partire da un ragionamento a posteriori, a darmi un po' di ragionevole ottimismo. Perché se lasciassimo fare alla società e ai suoi mangiafuoco la lingua potrebbe essere presto ridotta al foglietto illustrativo di un farmaco, o nella migliore delle ipotesi al testo di una canzone pop. 

Ho fede in una sana anarchia linguistica. 

A cura di Ariberto Terragni

6 commenti:

Claudia Peduzzi ha detto...

Tutto vero, tutto giusto. Io sono particolarmente affascinata dalla filologia. Quando scopro la radice che accomuna termini di lingue differenti sono felice quanto un archeologo che scopre un pezzetto di terracotta. Tuttavia le lingue saranno vive e mutevoli, ma la grammatica non merita di essere quotidianamente massacrata: con l'ausiliare avere usato con i verbi intransitivi (accettato ormai anche nei dizionari), il pronome gli usato al femminile (negli e-book è praticamente la norma), le virgole sparse come semi in un campo, la scomparsa del congiuntivo.....sarà un segno di vecchiaia?

Reader's Bench ha detto...

Mi becchi in un momento particolare proprio perché sto preparando linguistica e sono pienamente d'accordo con te. Non sono minimamente preoccupata dai cambiamenti in atto, in ogni lingua viva ci sono, le preoccupazioni sulla "norma" le lascio a chi, forse non ricorda la storia del nostro paese ed non vuole ammettere che siamo in continua evoluzione (per fortuna). Vorrei ricordare ai cosiddetti puristi (e ce ne sono molti) che Dante stesso è stato il primo a credere nelle trasformazioni e nel multiforme che risiedeva già nell'italiano del 1304.
Fiorentino arcaico, quello a lui contemporaneo, latinismi, gallicismi, dialetti dell'area mediana e delle altre zone della toscana fino ad arrivare ai livelli più popolari e realistici (merda, puzza); questa era la tavolozza dalla quale attinse per il suo capolavoro.
La fortuna di essere italiani e di conoscere la nostra lingua è proprio questa: poter guardare al futuro facendo affidamento su delle ottime basi.
P.s Parlate il dialetto!
Clara :)

Ariberto Terragni ha detto...

Mi pare proprio fossse Borges che diceva che chi scopre con piacere un etimo sta, insieme ad altri, salvando il mondo, no?

Leo. ha detto...

Purtroppo l'italiano di oggi ha subito e continua a subire una crisi che lo deturpa e lo deforma continuamente. L'italiano di oggi è un italiano acciaccato, zoppicante, che cammina a stento e che viene continuamente modificato da dialetti ed influenze esterne. Il dialetto sì, è un simbolo culturale, il simbolo della terra in cui siamo nati che penetra anche nel nostro linguaggio, ma non è assolutamente ammissibile che certe forme grammaticali, certe coniugazioni verbali corrette nel dialetto ma non nell'italiano vengano parlate tranquillamente. E poi mi fa una rabbia tutta quella serie di "a me mi", "ma però", "se io avrei" scorretti e fastidiosi come le zanzare. Manzoni non ha lavato i panni nell'Arno per sentirci dire certe cose!

Claudia Peduzzi ha detto...

Già amavo Borges per lo Zahir .....

Reader's Bench ha detto...

L'italiano stesso si fonda su una serie di orrori grammaticali, è andato avanti speclum non speculum come avrebbe voluto la norma. Speclum era un errore grammaticale e chissà quant di quelli che giudichiamo errori, in futuro non molto lontano, diventino la norma.

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