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25 luglio 2012

TI PREPARO IL CAFFE'



Succede che mi rotolo nel letto fino a quando una luce traslucida non sporca di gettoni luminosi il fondo della parete. Smarrimento. Magone che sale. Solito gradino prima che la mia carta di identità mi si incolli di nuovo addosso. Non sono a casa. Ecco, il punto. Nel giro di un tempo indefinito (non riesco a definirlo) ricostruisco il mosaico. I frammenti tornano al loro posto, anche se non fanno niente per nascondere i segni delle fratture. 


Sono a casa di Kelly. Cerco di aprire gli occhi del tutto, ma una strana voglia di morire mi assale alla gola, come un magnete che vuole inchiodarmi al letto. Poi do un colpo di reni, e capisco. Sì, Kelly è qui di fianco. Nella stanza la temperatura è tropicale, ho la bocca impastata e i capelli umidi di sudore. L'orario, l'ufficio: non ce la farò mai ad arrivare in tempo. Kelly si muove, allunga una mano verso di me, mormora, si stiracchia, apre gli occhi. 

Io sono letteralmente a pezzi. Ho caldo, ho mal di testa. 
“Buongiorno mio caro.” Mi fa lei. Intravedo solo il suo profilo nella penombra delle imposte chiuse. 
“Dormito bene?”
“Che ore sono?” 
Lei fa uno sforzo per agguantare la radiosveglia sul suo comodino: “Le nove e mezza.” Dice.
“Cazzo, è tardi.”
“Tardi per che cosa? E' sabato.”

E' sabato. Queste due parole mi salvano la vita. E' sabato, ho il diritto di dormire. Almeno fino a quando avrò un lavoro. Per chi non ha un lavoro l'unica occasione per riposarsi è ammalarsi o farsi male. “Ah, già, me n'ero completamente dimenticato.”

“Eheh, va bene essere distratti, ma così...” Ha addosso solo una maglietta bianca lunga e larga. Il suo corpo è composto da intersezioni di rette verticali e orizzontali; ha una silhouette geometrica, ma imperfetta, una spalla è più bassa dell'altra. L'ombra dei piccoli seni ombreggia il bianco sporco del suo pigiama improvvisato. E' alta, ma, come dire, stretta. Non ha spessore. E' bidimensionale. “Che hai da guardare?” Mi dice sorridendo.

“Niente, stavo cercando... non so, stavo solo pensando.”
“A stanotte?”
“Anche, sì.”

Si alza dal letto. Va ad aprire le imposte. La luce dilaga nella stanza da letto. Mi bruciano gli occhi. Le pareti rosa chiaro ospitano una quantità di mensole a loro volta ingombre di libri scolastici, pupazzetti, cianfrusaglie. E' come se in questa stanza convivessero una bambina di otto anni, un'adolescente nerd e una studentessa universitaria con la fissa delle medie. 

Si volta verso di me. E' un'ombra in controluce: “A te che te ne pare?”

“In che senso?” So benissimo in quale senso, ma non riesco a trovare le parole. Non mi ricordo più delle parole. Panico, totale. “Di stanotte?” Dico debolmente. Lei annuisce. “E' stato... bello, no?”

Annuisce di nuovo: “Guarda che non mi faccio illusioni di nessun genere. Siamo due persone sole Castore. Due persone che hanno deciso di tenersi compagnia per una serata, è una cosa molto più bella di una serata con il cartone thailandese in una mano e il telecomando nell'altra.” 

Si piega per raccogliere i vestiti sparsi per terra. Io sono nudo come un verme. Tento di recuperare almeno gli slip, che giacciono sul fondo del letto, avviluppati nelle lenzuola. Poi mi alzo e vado verso di lei, che si volta di scatto, quasi mi tira una testata; ci baciamo a lungo e tranquilli. I rumori della strada che sento in sottofondo mi danno un senso di sollievo. “Ti preparo il caffè.” Mi dice, mentre mi dà una carezza. 

Kelly vive in un appartamento piccolo e con pochi mobili. Il palazzo è recente, ma di edilizia popolare. Spoglio, nudo, privo di qualsiasi umanità. I soffitti sono bassi e opprimenti, gli infissi sono già rovinati. Mi siedo sul tavolo della cucina. Mi sento smagrito e indifeso. “Tu che fai questo week end?” Le chiedo.

“Nulla... tu che fai?”
“Stiamo un po' insieme, ti va?” 
“Mi piacerebbe, sì.” 
Mi passa la tazzina del caffè: “Senza zucchero, vero?”
“Senza zucchero... come fai a saperlo?”
“Ti vedo quando lo prendi dalla macchinetta, in ufficio.”
“Quante cose che sai, ma anche io ne so una di te.”
“Dilla.”
“Ti porti da mangiare da casa, sempre. Hai una specie di thermos.”
Lei sorride: “Già... ho le mie fisse diciamo. Sei un osservatore anche tu allora.” 

“Ma no. E' solo che piuttosto che lavorare...”
“Castore...”
“Sì?”
“Io... volevo chiederti... senti, ti piace il caffè?”
“Buono, mi piace.”
“Sono contenta. Dove hai voglia di andare oggi? Abbiamo tutta la giornata a disposizione.” 
“Non ho voglia di vedere gente, stiamo qui io e te. E' un posto carino, non si sta male.” 

Si avvicina, si siede sulle mie ginocchia. E' leggera, il vapore di una nuvola. Mi stringe con troppa forza, appoggia la testa sulla mia spalla. Mi accorgo che sta piangendo, lentamente. Le lacrime calde mi bagnano la pelle. 

Le do un bacio. Le dico che non è niente, che ci sono io, che tutto passa. 

A cura di Ariberto Terragni

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