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19 luglio 2012

MUOVERSI INTORNO



Le donne (tantissime) e gli uomini (sempre di più) di “Se non ora quando” (movimento di indignazione popolare nato nel 2010) fanno rete, reagiscono, discutono. Scelgono modalità più o meno visibili ma ci sono sempre, ormai capillarmente estesi su tutto il territorio nazionale.


Gruppi di riflessione, gruppi di azione, pronti a scendere a migliaia in piazza e di ragioni purtroppo continuano ad essercene troppe. Una fra tante, la triste statistica di donne ammazzate nel nostro Paese, quasi una al giorno. Un dato terribile che ci mette di fronte a tanti interrogativi, innanzitutto “come si è arrivati a tanto?” 

Probabilmente se la donna fosse rimasta ancora succube e immobile (ma lo è mai stata davvero?), diciamo se fosse rimasta in massa la costola adamitica e silenziosa, forse sarebbe oggi meno vittima di omicidio (ma chissà di quanti altri tipi di violenza). 

L’evoluzione richiede però movimento e adattamento al nuovo, altrimenti ci fermiamo, uomini e donne. E allora scontiamo, care italiane, care donne del Mediterraneo, il passo lento della nostra cultura, intorpidita e viziata di maschilismo. Non c’è differenza tra una donna afghana immobile sulla sabbia in attesa di una mitragliata di fucile del marito che la crede (a torto o a ragione adultera) e una italiana che prima o poi verrà accoltellata. Entrambe sono vittime di ignoranza, pregiudizio, amore malato. 

C’è ogni giorno un uomo diverso che ritiene normale sfogare la sua rabbia eliminando la partner. Non c’è un serial killer in giro, lo stesso uomo che uccide tante donne.  In queste relazioni fatte di sopra e di sotto, io comando e tu esegui, io sono il riempitore tu il sacco vuoto da riempire, il primo valore che si perde è il sentimento, perché amare è etimologicamente andare verso qualcuno, rispettarlo per ciò che è. Nel leggere Non ti muovere (2001) di Margaret Mazzantini ho pensato immediatamente all’immobilità della donna. E’ stato un accostamento spontaneo, appartenente a questo tempo, al tempo della consapevolezza, della reazione e della visione lucida e disincantata. La storia dell’adolescente incidentata che finisce nella clinica del padre, il chirurgo Timoteo, è diventata, man mano che leggevo, un quadro esatto della relazione malata uomo-donna. 


Quando il libro cominciò ad avere successo e nel 2002 vinse il Premio Strega e il Premio Grinzane Cavour, le recensioni lo descrivevano come una storia d’amore commovente. Consapevole dei giudizi, ho cercato a fondo nelle pagine questa proclamazione d’amore, senza trovarla. Segno che anche la critica può essere scardinata, anche le storie possono prendere strade diverse, abbandonando le intenzioni dell’autore. A dieci anni di distanza Timoteo è un lurido vigliacco, e non l’uomo disperato che ha bisogno di comprensione. E’ il fallito alto borghese infelice della propria esistenza ma incapace di muoversi, di lasciare la condizione di comodo (una bella moglie giornalista affermata, una figlia quasi uscita per caso). E’ il chirurgo che riesce a sezionare corpi ma non riesce a comporre la propria vita, a darvi quel soffio vitale che sospinge in avanti. E a farne le spese è Italia, una donna sola e neanche attraente, su cui trova normale sfogare l’impulso dello stupro in una delle giornate seccate dal sole e dal tempo perso. La donna non reagisce, non denuncia, è abituata a prendere quello che viene senza aspettative migliori. 


E lascia entrare quell’uomo sconosciuto più volte, sperando in un amore vero forse ma trovandosi di fronte a un amore codardo. Lo sa, ma lascia fare, è così che percepisce il proprio karma in fondo. Lui la ama come non ha mai amato nessuno, dice, eppure sapere di attendere un figlio da lei lo sgretola; e sapere di attendere una figlia dalla moglie lo pone in condizione di svelare l’odio per quello che pensa sia vero amore, finalmente provato una volta nella sua vita scialba. Un immobilismo che non può che portare in proiezione alla morte di lei, in modo quasi bizzarro e scontato (a livello narrativo, certo, ma sempre una brutta fine fa). 

La figlia intanto attende una difficile resurrezione sul letto d’ospedale, lo stesso in cui lui ha scalato posizioni, col giusto cinismo di chi arriva in alto. E di fronte a quel corpo privato quasi della testa (subirà un’operazione al cervello), a quel fagotto che è sua figlia (una delle tante adolescenti dirà) e che non è più in grado di pensare, lui ripensa invece agli errori, alle occasioni perse, al fantasma di Italia e del figlio che non hanno mai avuto. 

Commovente, si, decisamente, e doloroso. A parte una divertente parentesi nella trama (l’unica ma solo per chi ha occhi attenti) in cui la scrittrice dimentica che mandando Italia per tre giorni a un convegno con il chirurgo ha probabilmente lasciato morire di stenti il cane cieco che è in casa e invece lo ritroviamo in perfetta salute al loro ritorno, anche se non è indicato nessuno che lo accudisca durante l’assenza. 


Doloroso dicevo, perché fino alla fine non c’è possibilità di riaversi da un’esistenza finta. Il chirurgo con la pancia, Timoteo (in cui può riconoscersi l’uomo medio borghese impaludato nelle finte certezze della famiglia) rimane accanto alla moglie, alla figlia, agli amici con cui si annoia. E poco importa se, non volendo (?), c’è stata una vittima strada facendo. La libidine animale e scomposta è confermata dalla ripetizione quasi ossessiva del termine “foia”, per tutto il romanzo, come se l’autrice non sapesse (e forse non ha voluto) sostituirlo con altri sinonimi. 

Il tempo cancella i ricordi, li rigurgita improvvisamente davanti a qualche tragico evento e poi li rimangia come un cane che si è appena ripulito lo stomaco. La coscienza però rimarrà sempre sporca. 

A cura di Rosa Manauzzi

Da leggere:


Non ti muovere di Margaret Mazzantini, Mondadori, 300 pagg, 13.00 euro, in formato e-book a 6.99 euro

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