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23 luglio 2012

DIAMOCI UN PREMIO



Diceva il grande Ennio Flaiano che i premi letterari andrebbero assegnati più ai lettori che non agli scrittori. Aveva ragione. Aveva tanta ragione che l'intellighenzia italiana ha pensato bene di istituire un premio a suo nome. Flaiano avrebbe sorriso, amaro. 


Preambolo per riferire una mia piccola impressione. Più che impressione, sentore, sospetto, presentimento. Scorrendo il novero di autori candidati al Premio Strega sono stato aggredito da un dubbio: ma sono scrittori o attori di fiction? Le pose calcolate, le abbronzature, gli ammiccamenti. Senza quasi il tempo di accorgersene, il segno dei tempi ha voltato pagina: il mito chandleriano dello scrittore un po' trasandato e logoro è diventato qualcos'altro: da mito (o antimito, nella nomenclatura più borghese) alla sua versione addomesticata, lo scrittore come modello facile e alla portata; lo scrittore come interprete di se stesso. 

In un mercato editoriale dominato dalla smania di rivelarsi produttivo a tutti i costi (con il risultato di produrre poco e male), anche l'immagine dello scrittore si adegua in tempi e modi alla logica strisciante della massificazione, non più solo dei libri, ma anche dei corpi. La bellezza richiesta non deve turbare: deve essere fruibile e mediana, come quella di un attore da serie tv. Non sono più pensabili le fotografie di intellettuali svolazzanti, aggrappati alle sigarette ridotte a mozziconi o avvolti in impermeabili che neanche il tenente Colombo. Né del resto sono più ammissibili le leziose stravaganze alla Truman Capote. Il modello estetico dello scrittore è qualcosa di più immediato, che non sfigura nelle foto ma che nemmeno suscita sdegno (e poi fumare fa male, cribbio). 

Quanto ai titoli, chi lo sa. Se gli scrittori sono sempre quei dieci o venti o trenta, anche i titoli non possono che seguire il trend di quei dieci o venti o trenta, affiliati alle solite quattro, cinque o sei case editrici, a loro volta poste sotto l'ala dei soliti due o tre gruppi editoriali. 

La faccenda, come dire, si potrebbe risolvere in una riunione di famiglia, con un bel pranzo domenicale, e non è detto che non sia così. 

Isterismi, risse critiche, malumori, tutto consegnato al passato. Non c'è più motivo di litigare quando la pianificazione editoriale risponde a canoni studiati da esperti di marketing e manager che ne sanno di bilanci ma non di letteratura. E tra i due contendenti – letteratura e soldi – si sa già chi vince. 

Dicono che la presenza di un bravo critico militante come Emanuele Trevi nel novero dei papabili sia una “risposta all'accusa di omologazione”, ma il fatto è che in una società culturale più o meno normale non dovrebbe esserci nemmeno il bisogno di risposte in tal senso. Non dovrebbero esserci dubbi, e basta. E qui, invece, i dubbi sono molti. Non tanto su chi vince o chi perde (chissenefrega, detto per inciso), ma sulle modalità con cui l'editoria italiana seleziona e confeziona i suoi autori; sui motivi che hanno spinto la nostra cultura letteraria a chiudersi a riccio e a premiarsi addosso, come se la letteratura fosse in club per pochi e non invece la piattaforma di confronto (e scontro) grazie a cui il nostro paese è uscito dalle secche dei momenti più bui. 

Per verificare quanto dico basta scorrere i titoli che hanno vinto lo Strega, dal 1947 (quando vinse Flaiano, toh guarda) ai giorni nostri, ed è una proposta che avanzo senza ulteriori commenti: si osservi chi ha lasciato traccia di sé e chi no, ma soprattutto in quali anni. 

Lo Strega, sicuramente senza volerlo, rappresenta bene o male il termometro delle nostre ambizioni culturali: da azzardo, rischio e passione a calcolo e mercato. Da una realtà in cui gli scrittori erano i volti scavati e sofferti di Parise e Tomizza al brodo vegetale di oggi, dove una comparsata nel salotto televisivo giusto vale molto di più di una pagina scritta con il proprio sangue. 

E come sempre accade, in questioni artistiche, il mercato non è mai un cavallo vincente. Vince per il primo giro, ma poi si sgonfia. Tutta la paccottiglia mediatica di questo mondo, tutte le copertine patinate dell'universo non possono celare in eterno le crepe di una pagina che non ha niente da dire. 

La verità della letteratura, per fortuna, va molto al di là delle macchinazioni suicide del Moloch editoriale: di questo ne sono convinto, anche se ciò non basta a consolarmi. 

In nome della presunta e fallace analiticità dell'economia di sussistenza, stiamo rischiando di perdere una generazione intera di autori, e questo rischio è tanto più presente tanto più chi sa non parla, e chi può non fa. 


A cura di Ariberto Terragni

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