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17 luglio 2012

ALTRI LIBERTINI, UN TENTATIVO DI CRITICA



Trentadue anni fa veniva pubblicato Altri Libertini, opera d'esordio di Pier Vittorio Tondelli. Ventun anni fa moriva l'autore stesso, per le complicanze dovute all'Aids. 


Romanzo discusso, controverso, per certi aspetti disarticolato: sei storie, sei situazioni che sono altrettante finestre sull'Italia di fine Settanta, e in particolare su un ambiente, quello della Bologna del '77, fucina di talenti ma anche luogo di perdizione, estasi creativa e sbando esistenziale. 

Su Tondelli e sui suoi romanzi è stato scritto tanto, probabilmente troppo. Saggi, ricordi, ammiccamenti, articoli, analisi che solo in rari casi hanno saputo individuare il numero magico o se si vuole la pietra angolare del suo stile. Per questo, con le mie poche righe, non vorrei sembrare uno dei tanti, e tardivi, esegeti della sua opera. 

Dirò di più: sono quasi stanco di leggere ricerche stilistiche, quasi sempre improvvisate, che intonano l'elegia di un tempo fecondo che non c'è più; che fanno della nostalgia, del giovanilismo fuori tempo massimo e della rimpatriata generazionale un genere a sé stante. Perché è questo che è accaduto con gli scritti di Tondelli.

A me interessa capire che cosa è rimasto, oggi, a oltre un quarto di secolo da quei momenti, da quel milieu, al netto delle ricostruzioni agiografiche e dell'aneddotica smielata. In altre parole: forse oggi è il momento giusto per aprire un confronto critico sulla figura e l'opera di Tondelli. 

Non a caso ho iniziato riferendomi ad Altri Libertini, che nel bene e nel male può essere considerato un libro spartiacque della narrativa italiana contemporanea: l'espressione più immediata, irriverente e forse anche più casuale di una fase di passaggio della società italiana, che ha visto i giovani nelle vesti di artefici e protagonisti, di carnefici e infine di vittime, per l'ultima volta nella storia recente. In Altri Libertini c'è tutto: le abitudini, lo slang, gli ambienti, i registri. Il microcosmo dei piccoli antieroi tondelliani è il ring in cui si consuma quel passaggio epocale tra la resistenza ideologica (e quindi in qualche modo culturale) e la definitiva resa al consumismo; dall'uomo come fine all'uomo come mezzo, se vogliamo adottare una metafora un po' pomposa. 

Perché credo consista in questo l'architrave dell'intera narrazione: il limbo, la stasi in cui i personaggi galleggiano più o meno inconsapevoli è la terra di nessuno che sta a metà strada tra il voler cambiare il mondo e l'arrendersi al mondo; tra il voler, metaforicamente, uccidere il padre e il diventare padri a propria volta. E così la vita si avvita su se stessa. Tra scuse, perdite di tempo, droghe, sogni oziosi, malinconie e slanci estemporanei il tempo vitale si assottiglia, si azzera. E non tutti sono destinati a sopravvivere. 

Altri libertini, allora, può anche essere letto come la cronaca di un fallimento: generoso, complicato, ricco di conseguenze non sempre negative. E se il giovanilismo e il generazionalismo sono le due vere falle del Tondelli pensiero (l'accomunare l'esperienza del singolo a quella della sua generazione e viceversa è un giochino pericoloso, spesso bugiardo) vivide restano le immagini più aeree e più propriamente intessute di poetica, come quella dell'ultimo episodio del libro, Autobahn, meditabonda scorrazzata autostradale, poema in prosa più vicino al Juke box all'idrogeno di Ginsberg che non alle strutture più propriamente prosastiche di Kerouac e Salinger (suoi modelli dichiarati e rintracciabili in varia forma in altri punti). 

Si è tanto discusso sulla capacità di Tondelli di catturare la realtà attraverso linguaggio e comportamenti di un'epoca, di aver saputo a vari livelli intercettare la comunicativa di un certo tipo di provincia sottratta ai luoghi comuni del provinciale. Sicuramente è così, ma non è tanto o non è solo questa la sua caratteristica, o per meglio dire, è un ingrediente di cui non bisogna abusare, perché se ci fermassimo a tale aspetto dovremmo giocoforza registrare un fisiologico invecchiamento delle sue pagine: niente invecchia come i modi di dire (chi si ricorda che cos'è una svapora?). O se vogliamo girarla ancora: la cristallizzazione dei modi gergali è un fatto incidentale rispetto alla freschezza della sua prosa, che è il vero, grande lascito ai suoi lettori. 

Quelle di Tondelli sono storie che, specie nel caso di Altri Libertini, parlano di un'urgenza di vivere che non è più solo appannaggio di un singolo o di una generazione, ma di tutti gli individui e di tutte le generazioni una volta giunti ai punti di svolta del proprio percorso (e in questo caso si può parlare a buon diritto di continuità tra l'esperienza individuale e collettiva). 

Ma c'è anche qualcos'altro, che mi ha colpito più ora che non anni fa, quando lessi per la prima volta il romanzo: la compenetrazione tra generi – diario, romanzo di formazione, romanzo di genere, residuati musicali, comunicazione pubblicitaria, addirittura splatter secondo me – trova in Tondelli una sua dimensione elastica, estremamente duttile, tanto da aver saputo assorbire i segni del tempo con una certa scioltezza; quei segni – verbali, occasionali, gestuali – che sorretti da una minore attendibilità della prosa avrebbero relegato Altri libertini al limbo delle promesse mancate, del molto rumore per nulla. 

Non è andata così. 

A cura di Ariberto Terragni


Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, Feltrinelli, 200 pagg, 8.00 euro

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