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14 giugno 2012

DEVIAZIONE


Ogni tanto penso di andare da qualche parte, ma non riesco a focalizzare bene il dove e il quando. Qualche volta mi diverto ad osservare il mondo. Il mio laboratorio di analisi sono gli altri. 


Categoria strana, questi altri. Qualcuno dice che siamo noi, qualcuno non ne tiene conto. Non si tratta solo di svagare la mente, ma di guardarsi proprio attorno, per capire come sono le persone, com'è la vita per gli altri. Forse ci sono anche altri modi per capirlo, ma io mi soffermo sulle osservazioni. Sono attratto dalla banalità in fondo. Dalla ripetizione, dalle abitudini, da quell'insieme di pratiche rituali che le persone celebrano senza quasi accorgersi. 

Anche senza partire in auto per meta sconosciuta mi basta alzare lo sguardo per trovare Arcangelo, un mio collega, che tutti i giorni alle dieci e mezza in punto si sbuccia una mela col coltello, si passa lo spicchio in bocca tenendolo tra pollice e lama, succhia il torsolo, raccoglie gli avanzi in un sacchetto biodegradabile che poi getterà tra i rifiuti umidi a fine giornata. Sempre la mela, solo la mela. Non ho il coraggio di chiedergli se ha un motivo preciso. Gli piacciono le mele, punto. 

C'è anche Adelmo, che lavora al piano di sotto e si vede di tanto in tanto quando sale a fare le fotocopie: basso, tarchiato, ha una cicatrice che gli taglia a metà la fronte, come se qualcuno gli avesse aperto la calotta cranica per prendere o mettere qualcosa. Aziona il fotocopiatore, sbuffa, ogni volta nello stesso modo, e si porta la mano al fianco, spostando il peso del corpo su una della due gambe tozze. “Che vita.” Sospira. Lavoro qui da quasi tre anni, è una scena che si ripete due, tre volte la settimana, senza variazioni. 

C'è Antonietta, la segretaria, che mi parla sempre di suo figlio. Sulle scale, in pausa caffè, con la pioggia, con il sole. Lei mi parla di Gianmarco. Com'è bravo a scuola, come si impegna. Come sta crescendo bene. Quanta fatica che ha fatto per crescerlo come si deve. Odio Gianmarco.

A volte credo che qualcuno nella mia vita abbia messo il fermo immagine, o che una sadica divinità si diverta a mandare sempre lo stesso nastro. 

Ma oggi voglio cambiare, appunto. Devio dal solito percorso. Non seguirò il solito vialone trafficato costeggiato dalle palizzate dei capannoni e dalle ferraglie che affiorano dal muro di cinta del rottamatore. Mi fermo al semaforo; un sole opaco si infossa oltre la linea di tetti e case dell'orizzonte. Ma è un orizzonte chiuso, di cui non vedo il fondo. Ora che ci faccio caso il mio campo visivo è limitato al prossimo semaforo, e in mezzo una sfilata di lamiere sporche e passanti. Non giro a destra. E' un fatto automatico, che non dipende più da me. Tiro dritto, guardo solo davanti a me. Sono concentrato, ma non so su cosa. Accendo la radio, ma capito sulla stazione sbagliata dove il cuore l'amore l'anima il dolore l'emozione di una canzonetta rischia di mandarmi in bestia. Spengo. Il paesaggio è già cambiato. Quasi senza che me ne accorgessi sono uscito dalla cerchia cittadina; un'abbondante vegetazione preme ai lati la strada che ho imboccato e io mi sento un po' più tranquillo, le norme redazionali hanno smesso di perseguitarmi. 

Mi inoltro in una campagna che non conosco: una sottile striscia di asfalto si lascia inghiottire da un panorama di prati e campi coltivati, e quasi non mi sembra di essere alle porte di Milano, tra Bresso e Brusuglio, dove Manzoni giocava a fare il botanico in una delle sue tante ville e io mi sto perdendo, con il terrore di affondare nel fango. Oggi c'è un bel sole tiepido, ma fino a ieri ha piovuto, 130 millimetri in due giorni ha detto la radio stamattina. 

Quando penso di essere abbastanza lontano da tutto accosto, e spengo il motore. Non so bene dove sono, è incredibile. Un leggero sospetto, niente di più, ed è un sospetto che scaccio subito, perché io non voglio sapere dove mi trovo. Sono leggero, libero, in poche centinaia di metri ho lasciato cadere le tonnellate che mi schiacciavano a terra; le ritroverò, oh se le ritroverò, ma per ora non ci sono, e io è come se mi muovessi per la prima volta.

Avanzo a piedi per un centinaio di metri. Il sole del tramonto si è fatto più scuro, irradia una luce soffusa, ma non sporca come prima. L'ombra di una donna in mezzo al campo. Il clic è immediato: Tamara. Già la vedo, controluce, la figura allungata, un po' curva, come se stesse raccogliendo qualcosa. Dovrò parlare di lei prima o poi, e provare a chiedermi il perché. Ma non ora. Ora mi concentro sul respiro, in mezzo a questo vuoto, con i piedi affondati nel fango. 

A cura di Ariberto Terragni

Colpi di pistola è la rubrica tutta da leggere di RB!

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