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28 giugno 2012

APERITIVO (Parte 1)



Non ho potuto farci niente; in fondo non ho voluto dire di no. Vincere l'indolenza, questo conta. Uscire, anche da se stessi; e dimenticarsi, di sé, di tutto. Il principio è quello del chiodo scaccia chiodo: fai una cosa per occupare i tuoi circuiti mentali e dimenticarne un'altra. Un tempo pensavo che il brevetto appartenesse a mio padre, ma poi mi sono reso conto che la formula era parecchio diffusa, anche se con alterni successi. Tutto questo per dire che ho accettato di andare a prendere un aperitivo con Pierluigi, l'impiegato del piano di sopra. Mi ha promesso divertimento, donne a volontà, gente interessante. “Sempre meglio di Kelly.” Ha detto Pier ridacchiando. 

E' alto come me, ma come tutti quelli alti come me sembra più alto di me. Lo so, suona strano detto così, ma pazienza. Gran millantatore di seduzioni di massa, grande amatore a parole, fine esperto di peli pubici, di ginecologie d'accatto, Pier finora si è distinto ai miei occhi più che altro per le labbra sempre screpolate, il fiato al caffè anche alle due del mattino, e certi pantaloni bianchi tipo gelataio che l'eleganza faticano anche a simularla. 

Stacco alle sei. Se non c'è traffico riesco ad arrivare a casa per le sette, a farmi una doccia e ad essere pronto per le sette e mezza, tutto compreso. Andiamo al Machete, un locale nuovo nuovo, vicino alle piscine, dove Pier è convinto di trovare fauna femminile in abbondanza e occasioni di divertimento. Perché nella vita bisogna divertirsi. Fuori dall'orario di lavoro, divertirsi diventa un obbligo. Se dovessi mai scrivere un trattato sulla schiavitù contemporanea, un capitolo andrebbe speso nel divertimento a tassametro, quello che ci si autoimpone quando si spengono i computer e ci si toglie di dosso la camicia sudacchiata del giorno lavorativo. 

Dopo la doccia ho un calo di tensione. Sonno. Mi lascerei andare sul divano molto volentieri, ma mi impongo di raggiungere Pier. Abbiamo appuntamento di fronte al locale, che so dov'è perché so dove si trovano le piscine. E' una bella serata di inizio estate. Fa caldo, ma nella brezza del tramonto trova posto qualche soffio più fresco. 

La tentazione di andarmene c'è, inutile mentire. Gli mando un sms, gli dico che è venuto a trovarmi qualcuno, o che mi sento poco bene, inverto la marcia e me ne vado da qualche altra parte. Ma è solo un attimo, in fondo gli ho promesso che ci sarei andato. 

La piscina si trova in un budello a fondo cieco, con due ampi spiazzi per parcheggiare. Le auto sono parecchie, e continuano ad affluire. Serata di moda. Ragazzini, quarantenni in tenuta da libera uscita. Giovani donne in equilibrio sui tacchi; giovani uomini vestiti tutti uguali. Nessuno mi sembra nei propri panni, meno che mai io, che sono fuori da tutto e non so come comportarmi. A me non piacciono questi ritrovi in massa; che idea accettare, spero di liquidare alla svelta la faccenda. Potrei fare finta che qualcuno mi chiami, dire che c'è un emergenza e scappare. Sì, scappare. Non c'è niente di più onorevole di una fuga onorevole.

Di Pier non c'è traccia. Avevamo appuntamento per le otto meno un quarto. Allora aspetto. Mi siedo su un paracarro, a pochi metri dall'ingresso del Machete, dove due buttafuori smistano l'afflusso. 
Passa un quarto d'ora. Non so se chiamarlo, non vorrei passare per un provinciale. Passano venti, venticinque minuti, mezz'ora. Sto per andarmene, mi alzo dal paracarro con il fondoschiena a forma di imbuto. “Ciao, eccomi qua.” Eccolo qui. Amabile in camicia a righe svolazzante. Non fa accenni al ritardo, sguscia tra la folla per accedere al Machete. Lo seguo: due biglietti per la consumazione, svariati euro per un impiastro annacquato. 

Il Machete è un soppalco abusivo a ridosso della piscina comunale; una piattaforma ai quattro venti tenuta insieme da cavi d'acciaio e basamenti di cemento. Musica incomprensibile a volume incongruo, un bancone dove servono da bere, un po' di divanetti sparsi. Non so dire quanta gente ci sia. Tanta comunque. Troppa. Non c'è spazio vitale. Siamo tutti ammassati; oddio; panico. Ma soffro di qualche genere di fobia? Claustro? Agora? Spintoniamo per farci versare i nostri infami aperitivi, poi una corsa al tavolo degli spuntini, tra focacce bisunte e spaghetti freddi toccati da cento mani. 

“Che bella l'estate” mi fa Pier “Adesso sì che comincio a divertirmi.” E io non so se mi stia prendendo in giro o se stia prendendo in giro se stesso.

La serata ad ogni modo non decolla; Pier lancia occhiate, ridolini, ma niente da fare. Io mi sento meno di un fesso, ma questo dovrebbe essere ormai chiaro. Anche Pier non è da meno comunque. 

La pista centrale è a ferro di cavallo, delimitata da alcuni paletti posticci. La gente ci gira intorno, urtandosi e spingendosi. C'è una specie di contrasto decisivo tra lo sfavillio dei vestiti delle ragazze e quella calca indecente. 

Temo che Pier intenda ficcarcisi dentro. Per non dire di aver tentato il tutto per tutto. Per non dire di non essersi divertito. Intanto io sono in piedi vicino a lui. Il bicchiere gelido in una mano, il piattino di carta stracolmo di focaccine e spaghetti. La tragedia è dietro l'angolo: colpo d'anca di una sgallettata e focaccine per terra; patetico tentativo di ramazzare il pavimento con conseguente oscillazione del bicchiere, che sparge il rossore ghiacciato dell'aperitivo sul parquet disastrato del Machete. Pier, troppo attratto dal gorgo a ferro di cavallo, non si è accorto di nulla. 

A cura di Ariberto Terragni, leggi anche gli altri racconti di Colpi di Pistola

4 commenti:

claudia peduzzi ha detto...

Grazie, questa lucida descrizione mi fa capire che ho fatto bene a scappare da quell'ambiente, anche se nella fuga ho perso qualcuno a cui tenevo molto. La differenza con la fiaba di Cenerentola è che il principe azzurro non t'insegue.

Ariberto Terragni ha detto...

E qualche volta le carrozze non aspettano la mezzanotte. Grazie a te per il commento.

claudia peduzzi ha detto...

ovviamente aspetto la seconda parte :-)

Ariberto Terragni ha detto...

E' già fatta, la leggerai presto XD

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