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9 maggio 2012

A SPASSO CON JACK



Non dev'essere stata una persona facile Jack Kerouac. Amico generoso, compagno di avventure e vagabondaggi, ma anche irriducibile alcolista, vittima di pericolosi up and down, nonché di traballanti peregrinazioni intellettuali in territori misticheggianti (una sorta di bricolage tra sapere orientale e invenzioni private). 
Prendere o lasciare, insomma.


Kerouac non piace a tutti. Anzi, oggi, a quanto se ne può evincere guardandosi attorno, piace davvero poco, quasi a dare ragione alla malignità che definiva Sulla strada “un esercizio di dattilografia”: un modo un po' riduttivo di liquidare un libro che in realtà ha rappresentato, descritto, forse mitizzato una generazione che solo in seguito verrà definita beat. (Kerouac non usa mai il termine beat, e credo significhi qualcosa). 

L'accusa più frequente che piove dal loggione è quella di scrivere libri noiosi, in cui succedono sempre le stesse cose e i personaggi non sono ben caratterizzati, ma c'è forse qualcosa di ben caratterizzato nella vita? Quanti e quali sono i personaggi che incontriamo quotidianamente che sono “ben caratterizzati”? 

Nessuno, questo è il fatto. Non capisco perché uno scrittore dovrebbe edulcorare una realtà chiara come il sole infarcendo i suoi scritti di ricerche psicologiche e magari anche araldiche sui suoi personaggi. Nella vita questo non accade, e non deve accadere neanche nella scrittura. Ci troviamo di fronte continuamente a persone insulse, che ci dicono poco o nulla, anonime comparse, incontri senza senso. Kerouac è stato un maestro della casualità: è stato un maestro del “tanto per fare” “tanto per andare”, ma questo è un merito: il suo vero capolavoro.

Sulla strada è la registrazione in presa diretta di un movimento spontaneo, che non aveva nessuna pretesa intellettualistica o moraleggiante, ma stava a ricordare che il bello della giovinezza è anche la fame indistinta di esistere e di fare esperienza, di sbagliare e di perdere tempo, così, in giro per le vaste praterie o con la ruota fedelmente incollata alla mezzeria. L'iterazione ossessiva del percorso di Kerouac è un po' il marchio di garanzia della sua buona fede: senza preconcetti e senza calcoli editoriali e letterari: la sua è letteratura pura, almeno nei primi libri, prima che alcool e deliri prendessero il sopravvento e gli devastassero il corpo e lo spirito. 

La domanda non è se Sulla strada sia o meno un capolavoro. La domanda è se Sulla strada sia un'opera d'arte intesa come sensazione vitale sincera e non mediata. E la risposta è sì. Ci sono libri più belli, più importanti, più appassionanti nella letteratura angloamericana, ma nessuno come On the road (e sicuramente nessuno prima di On the road) ha avuto altrettanto coraggio, altrettanta sfrontatezza nel raccontarci la ricerca di senso di un gruppo di amici che non sa dare un nome alla propria inquietudine e che come unico antidoto al male di vivere ha trovato la dromomania. Nessun Jonathan Franzen ha mai fatto tanto. Nessun celebrato maestro con cravattino e occhialetto ha mai osato tanto nei confronti di Moloch. 

In fondo gli artisti veri si differenziano da quelli fasulli proprio per le difficoltà che incontrano a gestire se stessi, e di Kerouac (così come di Burroughs e di tutti gli altri) tutto si può dire tranne che sia stato un oculato gestore di sé, una specie di multinazionale editoriale come sono troppo spesso gli scrittori di oggi. 

Le cose vengono come vengono. Come i detriti trasportati da un fiume, come una pioggia estiva. E' patetico tentare di ridurre la pioggia ad una trama, come si fa? Una letteratura onesta non fa troppi distinguo, non cerca di solleticare il lettore medio. Usa un linguaggio che scardina le convenzioni, che spiazza, che mette in allarme gli accademici. L'artista pone gli altri di fronte a una crisi, ad un passaggio oltre il quale sarà necessario prendersi nuove responsabilità e gettare a mare un mucchio di false consapevolezze che con il tempo erano solidificate in pregiudizi. 

E poi, come accennavo, il crollo. Ma non il crollo metaforico: il crollo come sfascio e autodistruzione, il crollo come ultima opzione di una vita che, in fondo, le opzioni le ha sempre rifiutate e ha sempre preferito giocarsi tutto ad ogni giro di posta. Solo che alla fine non c'erano più le corse spericolate con Dean, non c'erano più le lunghe gambe di Marylou, o il vaglia salvavita inviato dalla zia. C'era solo lo sconsolante fondo di una bottiglia. 

Sconsolante, appunto. Ma quale altro finale sarebbe stato possibile e coerente? Del resto Kerouac non ha mai voluto accreditarsi come eroe, né ha mai cercato un'epica personale (e qui mi impunto: non c'è niente di epico in Sulla strada, che resta un'elegia funebre, un grande scongiuro di fronte alla morte), prova ne è la sua figura sballottata e imbarazzante degli ultimi anni, quella delle bevute suicide e delle interviste patetiche. Se lo scrittore è prima di tutto un testimone, ci sono stati pochi testimoni più scomodi di Jack Kerouac. 

A cura di Ariberto Terragni

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