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17 maggio 2012

SDRAIATO



Sono passato dal ritenermi sull'orlo di un vulcano al pensare che ogni cosa sia vuota e calma, piatta come una pianura, senza rilievi, desolata e visibile. Sdraiato sul letto, traggo le mie conclusioni. 


Il pling pling della pioggia fuori dalla finestra: la goccia sbatte sulla grondaia e poi sul davanzale. Pling. Una bolla di rumori ovattati che si intrufolano dagli infissi sghembi delle mie finestre. Il richiamo del treno, sferragliare di rotaie; le urla di due automobilisti; frenata di colpo; tuono, è un temporale. 

Le città sono musiche che puoi ascoltare, libri che puoi leggere. Incubi che si disegnano la notte e la mattina di un giorno qualunque te li ritrovi di fronte: spazi invasi da cantieri, cantieri, polvere di ferro, sabbia, calce. Ma sono tranquillo ora, nella mia bolla. I muscoli si decontraggono un po' per volta. La schiena fino a qualche minuto fa era un groppo nodoso di fasci muscolari risentiti e offesi. 

Ho consumato la mia ennesima giornata uguale a troppe altre giornate.

Non ho una vita. Ho una vita che è troppo uguale alla vita intesa come non vita. La mia vita. Non esiste. Vive. Se mio padre fosse ancora qui mi direbbe di non pensarci: non ci pensi un giorno, non ci pensi due: dicono tutti così. Nessuno ci pensa e allora finisce che non pensi più, e allora smetti di esistere. Non pensi, ti controlli, poi non ce n'è più bisogno, perché i muscoli si contraggono da soli, fanno male, bruciano. La schiena. Lo spazio nodoso e forte del mio corpo. Mi concentro sulle goccioline che si schiantano dopo un volo di decine di migliaia di metri; le gocce che infrangono la loro traiettoria a pochi passi da me. 

Sogno di reincarnarmi in una goccia, o in un albero. Ogni cosa è limpida e vuota e ferma.

Le regole redazionali di Rollo mi rimbalzano nella retina, come tante formiche imprecise, formiche impazzite, che escono dai reggimenti per spandersi nelle mie sinapsi logore o forse lasciate troppo libere, ora che capisco e non voglio uscire da questa placenta morbida e vellutata. 

Il mio cuore impazzito batte sui margini delle cose. Sono stato a Milano e ho visto l'umanità che sta sul margine: giuro che ho paura di finire così prima o poi. Come l'avanzo vischioso della minestra sul bordo della pentola. Abbandonato, ai lati del marciapiede. Il mondo si regge su questa marginalità, che fa da monito, ma anche da scansione. 

Una linea sottile non abbandona il mio campo visivo: ci ha scavato una trincea blu elettrica che divide in due il mio sguardo. Ho deciso che questo concetto astratto sarà la buca in cui mi ficcherò per resistere al mondo. E' la linea che mi separa dalla disperazione. Mi perderò forse. Non so se reggerò ancora e ancora e ancora. 

Crollare. Ho conosciuto una ragazza che si compiaceva di non crollare mai, anche se la vita l'aveva messa a dura prova. Non faceva che lamentarsi di tutto. Allora per reagire diceva che lei non crollava mai. Le ho detto di crollare, di provare a farlo. Lei non ha capito. Ma se non crollare non serve allora bisogna provare anche a crollare. Lascia andare i falsi mattoni che ti sorreggono, quelle fondamenta che affondano i loro pilastri in miti che non ti appartengono: casa, famiglia, chiesa, Dio, paternità, maternità, scuola, Stato. Lascia che tutto scorra giù dalla grondaia. Raccontarti di avere un carattere forte non ti salverà. Bisogna farla finita con questi trucchetti. 

Mi disintossico dalle norme redazionali. I segnetti neri si dilatano e poi un po' alla volta spariscono. Diventano liquidi, inafferrabili. Comunque, non si possono più leggere. 

Il mio trionfo del nulla. Non ho la forza di alzarmi. Sono risucchiato dalle molle del materasso, e sento il mio corpo pesante, come se sulle mie ossa gravasse il peso di un intero pianeta; una forza peso inarrestabile e violenta, che mi tiene schiacciato su me stesso, come un prigioniero alla sua palla di ferro. 

Tutto ciò si riversa nelle mie membrane verso le sette di sera, quando ormai è tardi per tutto. Tardi per recuperare un altro giorno votato a nessuna causa, tardi per cambiare idea, tardi per programmare una ribellione. Le sette di sera. Piove, è mercoledì, e sono le sette di sera. Con la mano provo ad afferrare qualcosa sul comodino: un oggetto qualunque. Desidererei ci fosse una scheggia di vetro o uno spillone, per farmi male e farmi reagire. Mi devo alzare, non posso rimanere qui ancora. Non sono malato. E poi devo finire il lavoro per Rollo. Le schede programmatiche mi attendono: cinquanta paragrafi ancora, e poi sono a metà. 

Quand'ero bambino non credevo che la varietà di sofferenze che potesse colpire una persona fosse tanto vasta. Ma non è la vastità che mi preoccupa. Un qualche demone ha fatto in modo che le sofferenze fossero tante e infiniti i modi di percepirle; ognuno ha il suo, e un desiderio folle di comunicarle ma l'impossibilità di farlo, perché tanto nessuno capirebbe. 

L'ultimo stadio è la riduzione al silenzio. E alle gocce di pioggia sputate sul vetro da una grondaia rotta. 


A cura di Ariberto Terragni


Secondo appuntamento con Colpi di fucile la rubrica di Reader's Bench tutta da leggere!

2 commenti:

claudia peduzzi ha detto...

Oggi seguirò il consiglio e proverò a crollare ... non voglio essere quella ragazza

Ariberto Terragni ha detto...

E' un personaggio di fantasia (forse) non garantisco che funzioni ;-)

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