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2 maggio 2012

MIRO': POESIA E LUCE



E’ in corso a Roma un’altra mostra di un certo interesse che attira visitatori da ogni parte d’Italia e non lascia indifferenti nemmeno i turisti. 


Si tratta della mostra dedicata a Joan Mirò organizzata da Arthemisia Group, 24 ORE Cultura e DART Chiostro del Bramante, con la collaborazione della Fundaciò Pilar i Joan MiròLa mostra comprende 80 opere tra dipinti ad olio, acquerelli e sculture di terracotta o bronzo, alcune opere per la prima volta sono in Italia.

Ed io naturalmente non potevo farmela scappare e così, senza indugio, mi sono recato al Chiostro del Bramante a due passi da Piazza Navona.

Il mio punto di vista è per così dire “vergine”, ho fatto esclusivamente scuole tecniche e l’arte non è un settore in cui mI sono specializzato. Il mio interesse è squisitamente di natura personale e siccome coltivo l’hobby della fotografia cerco di coniugare in maniera armonica le mie passioni in modo che uno (quello per l’arte) possa far crescere e maturare la capacità nel concepire qualcosa di bello con l’altra (la fotografia).


Di certo Mirò con le sue opere astratte non è il massimo per uno che intende la fotografia come un’arte diretta. Tutto quello che immortalo nelle mie foto deve essere concreto e tangibile. 

Invece, appena entrato nella mostra, sono costretto a ricredermi  subito. La prima opera è un dipinto doppio, quasi come due opere sovrapposte che appartengono a due momenti differenti della vita artistica di Mirò.

Un processo che avviene in qualsiasi artista che decide di rimettere mano alla sua opera nel momento in cui matura non solo a livello umano ma anche artistico in seguito ad esperienze, osservazioni e critiche e questo lo porta a ripudiare lavori fatti in precedenza.

Questo primo dipinto è in una struttura che permette di ammirarlo sia davanti che dietro, dove c’è sia l’opera “ripudiata” che quella successivamente realizzata. Posso dire con certezza che lo stesso processo avviene anche per un fotografo in fase di post produzione.


Altre opere sono schizzi realizzati per affreschi murari, realizzati tra gli altri per la Harkness Common Harvard University. Anche qui in questo caso ci sono delle osservazioni da fare tra la fotografia e l’arte. Infatti in queste situazioni predilige fare degli affreschi dalle dimensioni contenute, in contrapposizione a quelli rinascimentali per dare maggiore importanza all’opera architettonica che ospita l’affresco. Alla stessa maniera alcuni fotografi tendono a dare poca importanza al soggetto e molto di più al contesto.

Una delle cose positive però che mi ha colpito della mostra è stata la presenza di alcuni cubicoli, dove veniva esplicitamente chiesto di sedersi per poter ammirare le opere, un modo per fuggire dalla frenesia e conciliarsi con l’arte, gustando con calma le opere contenute nelle diverse sale.

Altra particolarità è la presenza in una stanza della riproduzione dello Studio Sert, lo studio costruito appositamente per Mirò, dall’architetto Josep Lluis Sert. Frutto di una fitta corrispondenza tra i due. 

L'ambiente è stato ricreato grazie a tre foto ma alcuni oggetti, come la sedia e la tavolozza, sono realmente appartenuti all'artista e gentilmente concessi dalla fondazione Mirò.

Una volta terminato il giro della , mi dirigo alla fermata dell’autobus e per farlo attraverso Piazza Navona, mi ritrovo così catapultato tra i quadri di artisti di strada. Non saranno tutti dei potenziali Joan Mirò, ma il loro amore per l’arte sicuramente non è inferiore a quello dell’artista catalano.

A cura di Claudio Turetta


Per maggiori informazioni

Consigli per la lettura:

Lavoro come giardiniere ed altri scritti di Joan Mirò, Abscibduta, 152 pagg, 19.00 euro


Mirò scultore di G. Raillard, Skira, 72 pagg, 12.00 euro


Joan Mirò. Metamorfosi delle forme a cura di Jean Luois Prat, Mazzota, 104 pagg, 28.00 euro


Joan Mirò: The ladder of escape di Marko Daniel, Matthew Gale, Thames & Hudson, 240 pagg, 47.70 euro, in lingua inglese

2 commenti:

claudia peduzzi ha detto...

Premetto che a me non piace l'arte moderna, tutto ciò che ha bisogno di essere spiegato e non è immediato e intuitivo è troppo per la mia piccola testolina. Tuttavia ho visto come dipingeva a 16 anni Picasso e suppongo anche Mirò, perchè ai tempi usava così: prima impari la tecnica, poi ne fai ciò che vuoi. Capisco quindi che, all'inizio del '900 abbiano desiderato di andare "oltre". Oggi chiunque ne abbia voglia può definirsi artista: due scarabocchi su un foglio e sono pittore, due accordi e sono musicista, quattro parole, magari anche grammaticalmente scorrette, e sono poeta....e vorrebbroe anche guadagnarsi da vivere così. Purtroppo per loro, ma anche per noi che dobbiamo subirli, giudice dell'arte è il tempo.

Claudio ha detto...

Miss Architect, ti sei dimenticata di dire che basta che una persona si compri una reflex e si sente un grande fotografo, oppure che una pseudo-attore/attrice faccia un filmetto e sia reputata la nuova Anna Magnani/Vittorio Gassman :)
Scherzi a parte ti do ragione su molte cose, specie sul fatto del ciò che l'opera deve trasmettere, anzi ne parlavo un'oretta fa. Per non parlare della tecnica. Esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi fino allo stress, è uno dei messaggi che più ho imparato nella vita per qualsiasi cosa. Aggiungo che sono andato all'esposizione del Guggenheim qui a Roma e reputo come cose peggiori rispetto a Mirò e Picasso e molto meno immediate.
Due esempi su tutti, una tela completamente bianca che sinceramente non mi trasmetteva niente oppure due luci al neon incrociate. Cosa voleva trasmettere l'artista?
Sabato andrò da Dalì ma forse ho qualcosa di più immediato come messaggio.

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