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8 maggio 2012

LA GIORNATA DI UN CORRETTORE – RISVEGLIO.



Mi sveglio con cinque minuti di anticipo sulla sveglia. Prima regola. Mai farsi svegliare dalla sveglia. Beep. Beep. Led verdi fluorescenti. Tre, quattro secondi meravigliosi in cui non mi ricordo chi sono; sono ancora il sogno che stavo facendo. Poi il mondo e me stesso mi ripiombano addosso. E' come cadere dalle scale, o forse sarebbe meglio dire: è come se una rampa di scale mi cadesse addosso. 


Alzata di scatto, giunture che scricchiolano. Luce opaca, sporca che sguscia tra le persiane malandate, sbeccate. E' ancora tutto qui, sì. Tappa al cesso, sciacquone, un grumo di catarro giù, insieme a tutto il resto, e il caffè. Bevo molti caffè per paura di avere sonno durante il giorno. 

Ginocchio che scricchiola: l'antidoto è tirare due calci nell'aria, a vuoto, un dolore cane ma poi si sistema, almeno fino a quando il crack non sarà quello definitivo, e allora beep beep della sveglia più crack del ginocchio uguale uomo fermo, immobile nel letto. 
Mi presento, mi chiamo Castore. 

Succede che al lavoro mi attende Rollo, che sarebbe il mio capo. Io non voglio ammetterlo, ma penso più a lui che a chiunque altro. Non perché mi piaccia, ma per l'esatto contrario: non lo posso vedere. Lascio che il caffè amaro mi bruci la gola e scenda, scenda e faccia il suo dovere di svegliarmi. Lavabo: sciacquo gelato sulla faccia, poi bollente, schiuma da barba e rasoio due lame blu sulla pelle che sfrigola e si irrita e si apre. Gocce di sangue macchiano il bianco del lavandino: una goccia si infila proprio nella crepa e si perde. 

La strada verso il lavoro. In macchina non ascolto più la radio, perché le canzoni che ci passano non mi piacciono, e gli speaker o come si chiamano ancora di meno. Hanno confuso Eric Clapton con Mark Knopfler l'ultima volta, e da allora ho detto basta. Nel traffico. Come nel Truman Show sospetto che il traffico si apparecchi su questa lingua di asfalto dissestata solo per me: una lunga colonna di gas e lamiera, e poi più niente. Fino a dove lavoro, due svolte oltre la terza rotonda, arrivi in faccia all'ospedale e ancora a sinistra, poi a destra e sei arrivato. 

Da ragazzo mi abbuffavo di frasi guerresche, di scemenze tipo “lotta quotidiana”, “battaglia”, “non mollare mai” (no, beh, questa magari no, è davvero troppo). Ora ho smesso, perché mi sembrano tutte cose idiote che fanno la guerra al massimo al ragionamento. 

Due, tre giri dell'isolato per trovare parcheggio. La palazzina giallo piscio marrone ruggine dove lavoro si trova a metà strada tra un passaggio a livello e il cimitero. Mi accoglie la faccia smunta di Kelly, la nostra segretaria unica, sopravvissuta ai tagli e ai rovesci della vita, rassegnata alle palpate di culo di Rollo, vittima anemica e consenziente di questo squallore quotidiano. 

Un crack di ginocchio per ogni gradino che salgo. Crack. L'operazione che non posso fare per non essere lasciato a spasso. Crack. La busta paga massacrata dalle detrazioni. Crack, niente ferie quest'anno. Crack. Rollo in piedi davanti alla macchinetta del caffè. Me ne offre uno, non dico di no. “Ci sono gli ordini da immettere per la Delta Edizioni, pensaci tu.”

Sì.
“L'ultimo capitolo di quella specie di fantasy che ci ha mandato la Tre Kappa, secondo te com'è?”
“Fa schifo.”
“Ma dico, com'è come venite potenziali?”
“Riusciranno a farlo vendere.”
“Più entusiasmo però.”
“Certo.”

Il computer decrepito si accende con un sottile ronzio elettrico. La presa malfunzionante lancia piccole scariche bluastre di energia. Due minuti, tre per accendersi. Ecco il testo: duecentodieci cartelle già controllate, schedate, corrette. Una media di cinque refusi a cartella. Una media di due periodi da riscrivere ogni trenta. I periodi variano da una a cinque righe di testo. I periodi troppo lunghi non tirano, bisogna spezzarli in tante proposizioni principali. Le subordinate, i gerundi e gli avverbi vanno tagliati quasi sempre, in media se ne può lasciare uno ogni quattro cartelle. Le norme redazionali di Rollo. 

La qualità del testo non conta, non ci riguarda. Siamo una società esterna a cui le case editrici affidano la redazione dei manoscritti inediti, i sussidiari, gli eserciziari di scuola. 

Picchio sui tasti, per automatismo. Con il tempo sono riuscito a scindere il mio pensiero: da una parte sto sui piccoli segnetti neri che si rincorrono sullo schermo, dall'altro vagabondo tra la periferia dei fatti miei e il centro del mio sistema nervoso ingolfato, bloccato, sovraccarico. 
Fine prima parte. 

A cura di Ariberto Terragni 

La giornata di un correttore è il primo appuntamento con Colpi di fucile, la nuova rubrica di Reader's Bench a cura di Ariberto Terragni che ci racconterà la vita del suo eteronimo.

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