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4 maggio 2012

I POSTUMI DELLA PRIMA – LA BALLATA DEI PRECARI



“Io ce l’ho un po’ con te Silvia Lombardo”. Proprio così mi ha detto. Esatto e diretto: nome e cognome. Mi sento rivolgere questo inizio di accusa mentre nella mensa precaria, del mio lavoro precario, rovisto con la forchetta nella lattuga per controllare il grado di igiene della stessa. Punteggio totalizzato: due piccoli insetti morti, rilucenti di olio d’oliva. Spero nei moscerini, temo i pidocchi.
“Io ce l’ho un po’ con te Silvia Lombardo”. È un animalista e ha visto i moscerini? 
“QUEL film…” pausa. 
“Tu sei la responsabile della crisi del matrimonio dei miei genitori. E sono sposati da quasi 40 anni!”.

Andiamo bene. Una sola proiezione e sarò già costretta da qualche tribunale a pagare la terapia di coppia a due ultrasessantenni, angosciati dalle prospettive del figlio precario e scossi da un film sul precariato fatto da precari.
Il film è “La Ballata dei Precari”, la proiezione a cui hanno assistito i malcapitati genitori è la prima nazionale. Anteprima a misura di precario: teatro Valle occupato – sede di impegno sociale – e ingresso gratuito.

Contro ogni possibile pronostico (proiezione il 29 aprile, domenica a cavallo di un ponte) abbiamo fatto il tutto esaurito. Se avessimo fatto pagare il biglietto avremmo messo via un bel gruzzolo. Si vede che quella del precario è una vocazione.
Per i primi 20 minuti della proiezione ho rantolato nel foyer del teatro, andando avanti e indietro come una gallina con la testa mozza scavando il tappeto del semicerchio che abbraccia la platea, alla mercè della macchina fotografica dell’assistente alla fotografia del nostro film (quindi, esistono le prove). Se sommiamo questi 20 ai 40 minuti di lettura di Gadda offerta dal collettivo del Valle, il mio rantolo si è portato via un’ora della mia esistenza.


“Beh, no. Non ridono. Ma sono molto attenti” Mi dice uno dei “ballatari” che mi fa compagnia e sbircia la sala da dietro la porta con gli oblò che dà sulla platea. Io non ce la faccio ad entrare. Oddiomamma. È la fine. 600 persone mi prenderanno lo scalpo. Sono indignati, sono arrabbiati: pensano che mi sia fatta beffe di una delle piaghe sociali più gravi dell’Italia di oggi. 
Abbiamo scritto un film in cui una ginecologa ha inventato un dispositivo che rimanda il parto delle mamme precarie a seconda delle scadenze contrattuali, in cui uno stagista è ostaggio di una fotocopiatrice, in cui una povera disgraziata disoccupata per non accettare la dura realtà “si fa” di corsi e finisce in terapia. E poi barboni ex-precari nell’A.D. 2050 e operatrici di call center che battono. Infine una coppia di anziani genitori che stipula una polizza sulla vita e si fa ammazzare per lasciare i soldi al figlio precario, l’episodio incriminato, quello che sta distruggendo la famiglia del mio collega.
Sì, abbiamo esagerato.

Lo vedi, hanno anche le convulsioni. Si muovono a scatti. Adesso usciranno fuori, mi si lanceranno contro e l’ultima scena che vedrò sarà quella di un film di Romero. 
E invece ho aperto timidamente le porte da saloon che danno sulla platea, quel muro del suono che mi impediva di ascoltare la gente che rideva. Mi sono sentita come il sordo Beethoven alla prima della nona sinfonia. 


E ci sono stati anche dei momenti di commozione, a quanto mi hanno detto alcuni all’uscita. 
Il giorno dopo, per tutta la mattina, ho collezionato il racconto degli incubi di alcuni colleghi, causati dalla visione del film. Una, addirittura, si era sognata di essere sottoposta a dei colloqui demenziali come nell’episodio “StRagisti”. Senza contare la mia pessima figura nel raccontare durante il dibattito la vicenda della mia amica Ilenia che da architetto si è riciclata Cake Designer, al 15esimo corso di specializzazione. “Masterizzati” è nato durante una nostra pausa pranzo. 
“Ti pare che un architetto si mette a rivestire di zucchero le torte?! Che poi io a volte ho il sospetto che quelle torte siano tanto belle e poco buone” Giordano Cioccolini (uno degli altri registi) si avvicina e mi sussurra “Bona, che in sala c’è una collega che ha fatto la stessa cosa…”


Tutto questo oltre mia madre che da quando ho scritto “L’Ammortizzatore”, sempre l’episodio dei genitori che si fanno ammazzare, mi guarda con sospetto.
E ora ci si mette pure il divorzio dei genitori del collega.


Non posso, però, non farmi una domanda. 
Tutti questi incubi, queste riflessioni, questo improvviso risveglio dell’inconscio e del conscio… Perché la gente, il pubblico, le masse hanno la necessità di vedersi riflessi su uno schermo, di sentirsi raccontati per prendere coscienza della propria condizione, perché la propria mente li risvegli di notte dal sonno per dirgli “Fermo! C’è qualcosa che non va”. Ecco: in questo senso credo di aver avuto in dono dalla prima al Teatro Valle la certezza dell’utilità della narrazione, la conferma dell’indubbia responsabilità sociale della scrittura.
Al di là dei mezzi limitati, della telecamera senza pregiate ottiche, degli errori di sceneggiatura il nostro è un film onesto. Un film che racconta i fatti dall’interno (non ricordo quale grande sceneggiatore italiano diceva che uno che vuol fare bene il suo mestiere, scrivere il cinema, deve assolutamente prendere i mezzi pubblici). 
Un film che nel suo essere grottesco racconta la verità. Ti fa male, lo so.


Il collega precario con i genitori in procinto di divorzio si è tagliato la barba, credo proprio dopo la proiezione. Stava lasciando crescere sulla sua faccia un ben delineato pizzetto: gli rendeva il viso molto interessante e  lo faceva sembrare più grande. 
Senza quella barba, nonostante i trent’anni d’età, il suo viso emana un vago sentore di liceo. Sembra quasi un ragazzino. 
“Non voglio sembrare troppo adulto, alla fine” ha detto “non ce n’è proprio motivo. Non c’è nessun indizio nella mia vita che mi dia scuse per sentirmi adulto. E allora, taglio”.

Silvia Lombardo è sceneggiatrice del film e autrice de



La ballata dei precari, Miraggi Edizioni, leggi la recensione e l'intervista curata da Diego Rosato.

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