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24 maggio 2012

AL PARCO



Il prato è irregolare, più di quanto non ricordassi. Ondulazioni di erba tagliata male si rincorrono lungo piccole depressioni che gli anni hanno scavato nella terra. Da quanto tempo è che non vengo qui? Dieci? E' un pomeriggio domenicale e assolato. La scuola media è ancora lì, un po' decrepita. Un blocco grigio a bande rosse, di un futuribile già irrimediabilmente superato. 


Hanno tolto le panchine dal vialetto. E' domenica, e sono solo. Non sapevo che cosa fare e allora sono venuto qui a piedi, camminando a zig zag lungo una strada che non sapevo ancora mi avrebbe condotto qui. 

Sono concentrato sulle piccole cose. Il vento che è fresco e caldo insieme, e varia, modula la sua densità dalle zone d'ombra a quelle di luce piena; un vecchio con un cane al guinzaglio che avanza pigro, dalla parte opposta dello spiazzo; un ragazzo e una ragazza che si tengono per mano. E' successo anche a me, qui, tanti anni fa. Il tempo è un ciclo che mi si sta chiudendo addosso. Per un attimo non penso a ciò che è diventata la mia vita: il passato e il presente si fondono nel ricordo (che è una fitta improvvisa) e nelle immagini troppo nitide che ho di fronte. 

Non ho mai avuto un grande vocabolario botanico. Non so bene nominare le specie vegetali, e ho un'idea vaghissima della tassonomia. Ho sempre creduto che il potere di capire le cose stia tutto nel saperle evocare, come se si trattasse di una formula magica; se hai un linguaggio per definire le cose e chiamarle con il loro nome, allora anche i limiti del tuo mondo si ampliano. Lo dice più o meno Wittgenstein. Insieme a tante altre cose che ho capito meno.

Venivo in questo posto da ragazzo, già carico di spettri e inquietudini. Ora sono diventato un uomo, almeno sulla carta, ma certi dubbi non hanno smesso di darmi fastidio. Sono teso, inquieto. Vorrei poter afferrare meglio la bellezza, godere di più l'attimo. Capisco che questa bella luce di maggio è un dono, e vorrei trovare un modo per tenerla sempre con me, non lasciarla andare più via. Ma non ci riesco. Ho dei limiti, dei confini. Non posso far rivivere un volto, uno scorcio, un suono a mio piacimento; la memoria si stempera, si liquefa. E' un gioco molto crudele.

Il vecchio intanto ha compiuto il suo giro, sparisce dietro l'angolo seguendo il suo cane, più forte, stabile e forse avveduto di lui. La coppia di ragazzi è ancora al suo posto; si gode i raggi di questo sole spesso e arancione, lontano da sguardi indiscreti. A parte il mio. Mi rendo conto che in questo modo sto violando la loro privacy, e me ne vergogno. Ma fanno parte in qualche modo del paesaggio, sono un segno di continuità tra il mio e il loro tempo: sono il segno della ciclicità degli eventi e per questo mi meraviglio nel guardarli. Sarebbe difficile da spiegarglielo, comunque. 

Sarebbe difficile da spiegare anche a Rollo, a cui comunque non frega niente.

Sarei anche tentato di andarmene, ma ho le gambe molli. Non riesco a darmi l'impulso decisivo per uscire da questa specie di tunnel temporale in cui mi sono ficcato. Ci provo, ma non ci riesco; ho lo sguardo accecato dal sole, il corpo blandito e deliziato dalla temperatura giusta, dopo mesi di inverno, pioggia e freddo. Ma devo andare. Bisogna che vada. 

Riprendo la mia strada lungo il vialetto, nella speranza di incontrare qualcuno o qualcosa che mi costringa a tornare indietro: mi basterebbe un piccolo imprevisto, una cosa qualunque. Ma niente, non succede niente. E' domenica pomeriggio, ma la gran massa di forzati in ora d'aria è altrove, probabilmente riversata per le vie del centro, stipata nei negozi ormai aperti sempre, dispersa ai tavolini di gelaterie e caffè. Io sono una goccia d'acqua impazzita. Forzato, come tutti gli altri, ma qui, da un'altra parte, in un altro tempo. 

Mi incammino, mi allontano. Non so da che cosa. Dice il poeta di non tornare mai nei luoghi che ti hanno visto felice, e forse è proprio così. In fondo i miei luoghi felici sono pochi, potrei evitarli comodamente, prendendo le strade più larghe, più contorte, tipo la tangenziale che percorro al mattino e che non posso definire proprio luogo, perché è solo un segmento di tempo e di spazio che congiunge due realtà diverse. Non si può essere né tristi né felici in un luogo così. Ammesso che la tristezza sia l'esatto contrario della felicità, mi è venuta così. 

Ma no, me ne vado. Saluto l'acero giapponese che si inarca obliquo verso la siepe sporgente della scuola; il muretto scrostato dove da qualche parte deve esserci ancora inciso il mio nome. E anche quello di lei: Azzurra. Lo dico a bassa voce, come se potesse materializzarsi qui e ora. Come se non sapessi che è sposata ad un grossista di frutta e verdura e ha due figli. Lo dico ancora, ma stavolta so che non servirà a nulla. E intorno le ombre lunghe di un tardo pomeriggio. 

A cura di Ariberto Terragni

Colpi di Pistola è la rubrica tutta da leggere di Reader's Bench. Segui Ariberto anche sul suo Quaderno Sepolto.

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