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14 marzo 2012

IT, DI STEPHEN KING




In un'immaginaria cittadina del Maine, Derry, si dispiegano le vicende esistenziali di un gruppo di ragazzi, in lotta contro una creatura aliena dalle parvenze multiformi e dalla inaudita ferocia. Credono di averla sconfitta, dimenticano, si perdono di vista fino a non frequentarsi più. Trent'anni dopo It tornerà per presentare il conto.

It è il romanzo cardine dell'opera di Stephen King, la chiave di volta, il tentativo di sdoganare un genere di solito considerato minoritario come l'horror affidandogli tematiche dense e complesse: la paura, la rimozione, la sconfitta, il senso di perdita, le ferite dell'infanzia. Un romanzo totale, che esonda dai confini abituali per percorrere traiettorie imprevedibili, a tratti spiazzanti: non solo mostri e terrore, ma anche il quotidiano stillicidio di piccoli dolori, umiliazioni e incomprensioni che segnano la vita di ogni essere umano. It è la sordida incarnazione del dolore, nelle sue forme più strazianti: è il mostro che si cela nel buio, un incubo che si invera, ma è anche la fatica di crescere e di imparare a convivere con i propri lati oscuri; è una storia che si può leggere, tra le tante, come la descrizione di un passaggio, dall'età infantile a quella adulta, che lascia molto sangue sul campo. 

King non si limita a scrivere storie inquietanti: dimostra di conoscere alla perfezione i meccanismi della paura, quegli ingranaggi maledetti che si celano in noi dai tempi della nostra infanzia e che nessuna scuola ti potrà mai insegnare a debellare; sono lì i mostri, dentro di noi, nella quieta attesa di risvegliarsi. 

Romanzo di formazione, rito medianico di massa, regolamento di conti privato: It accetta ogni tipo di definizione; tecnicamente perfetto, è un dispositivo privo di falle, che con sapienza e quel tanto di mestiere che serve tiene incollato il lettore per la bellezza di milletrecento pagine, tenendo insieme le fila di tante storie parallele (più o meno avvincenti, ma si può soprassedere) senza perdersi o cadere in contraddizione. Un'operazione tutt'altro che semplice.



King sa scrivere e ha confezionato un prodotto di prima qualità, ma non basta questa considerazione al limite del banale per spiegare l'enorme successo del libro; It ha qualcosa di più da offrire: è una storia che ha a che vedere con la storia di ciascuno, e che di conseguenza, a livelli diversi, appartiene ad ogni lettore, comunica qualcosa a ciascuno: leggere questo romanzo significa in una qualche misura mettersi in gioco, accettare le regole di uno spietato esame di coscienza e lasciare che gli incubi dell'autore si fondano con i nostri. 

Sotto questo aspetto It è un'opera di proporzioni abnormi: un universo simbolico che non si nutre solo e soltanto di una trama, ma di tante sottotracce, di tanti rivoli ora calmi ora impetuosi che avvolgono il lettore, lo solleticano, gli impongono una riflessione.
Non a caso il romanzo di King è a vario titolo entrato a far parte dell'immaginario collettivo, diventando, talvolta a sproposito, una bandiera della cultura popolare dell'ultimo trentennio, il clown Pennywise ha a tal punto bucato le pagine da essere diventato una sorta di cattivo proverbiale, al pari di Frankenstein e di Dracula, e l'evocazione stessa dell'opera è assurta a sinonimo delle storie horrorifiche. 

Il titolo stesso del romanzo allude alla sfera del vago e dell'innominabile: un segno panico, totalizzante, una sorta di moneta franca della paura che ha avuto successo in tutte le edizioni e in tutte le lingue del mondo. Una vera fortuna che l'editor abbia in prima istanza cassato il titolo provvisorio pensato dall'autore: un Derry che avrebbe detto poco e che di sicuro avrebbe determinato al ribasso le sorti del libro. Conta anche questo nella storia di un successo. 

Si parlava di sottotracce, di storie nella storia: credo che la bravura di King si nasconda proprio nelle pieghe del quotidiano, nell'annotazione dei tic, nel tratto dei caratteri (che non sono mai figurine banali) più che nella definizione in sé della trama principale, che per contro affonda nella metafora sfuggevole (una specie di titanica tartaruga che regge i destini del mondo se ho capito bene) e nella metamorfosi più caricaturale. Nel recupero in extremis dell'inspiegabile e dell'immotivato come categorie antropologiche sta anche la debolezza del libro: grande, grandissimo nel raccontarci chi siamo attraverso i nostri incubi, ma piccolo nell'offrire una via di fuga, anche solo romanzesca, che non va oltre una conciliazione in odore di fumetto o di pasticciaccio all'americana. 

Non penso di tratti di una distrazione, conoscendo il perfezionismo maniacale di King, ma forse di un argine posto volutamente tra il proprio territorio narrativo e gli spazi normalmente occupati da altri autori. In fondo meglio essere un grande scrittore horror che un pessimo dispensatore di chissà quali verità. 

A cura di Ariberto Terragni, visitate il suo Quaderno Sepolto

L'immagine dell'articolo è stata realizzata in esclusiva per Reader's Bench, da Mattia Galliani.


Qualora non l'abbiate letto:




"IT" di Stephen King, Sperling & Kupefer, 12.90 euro

1 commenti:

Reader's Bench ha detto...

Lo compro!!! :)

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