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27 marzo 2012

Intervista a Claudio Volpe autore de Il Vuoto Intorno, presentato al Premio Strega 2012



Ve lo avevamo anticipato già in Un sorso di Strega, il premio letterario potrebbe riservare alcune, piacevoli, sorprese e oltre alla candidature già annunciate c'è anche quella del giovane Claudio Volpe, de Il Foglio Letterario di Gordiano Lupi.


Qualche giorno fa infatti è arrivata la notizia della presentazione ufficiale del romanzo sostenuta da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli. Claudio Volpe ci ha già raccontano della genesi del suo romanzo e oggi sulla nostra panchina si è accomodato per parlarci del suo “Il vuoto intorno”.


Buongiorno Claudio. Invece di chiederti chi sei, cosa fai, di cosa parli nei tuoi libri, preferisco iniziare questa intervista chiedendoti di parlarci un po' di te, decidendo tu cosa raccontarci di Claudio Volpe, cosa ritieni utile, per il lettore che vuole avvicinarsi ai tuoi libri, sapere di te.

Innanzitutto grazie, Reader’s Bench, per questa intervista e buongiorno. Di Claudio Volpe mi piacerebbe raccontarvi la fortuna che ha avuto nel riuscire a trasformare quello che il filosofo Alain Badiou chiama “incontro” in quello che lo stesso filosofo chiama “evento fondatore”. Cosa voglio dire con questo?

Voglio dire semplicemente che Claudio Volpe è una persona che ha lottato fin dall’inizio della sua avventura letteraria per cercare di cogliere le opportunità che il caso gli ha fornito come l’incontro con un serio e acuto editore e la conoscenza di persone magnifiche che sono piano piano divenute vere e proprie amicizie oramai indispensabili e di trasformarle in grandi momenti di crescita umana.

 In sostanza: nella vita vince chi osa, cioè chi è in grado di cogliere scintille per accendere un fuoco. Non è sufficiente accogliere con felicità la fortuna che si è avuta e sentirsi arrivati e soddisfatti. Bisogna avere invece sempre una certa fame di crescita, di incontrare nuove persone, stringere nuove amicizie, confrontarsi, guardare sempre più lontano di quello che ci è concesso, tendere le mani, aggrapparsi ad un miraggio ipotetico e tirarsi su. 

Qualcuno che ci aiuterà a salire c’è sempre, era lì in alto prima di noi e forse lo sarà anche dopo. Claudio Volpe è una persona che si fida degli altri e che vede nell’altro la sua stessa intensa umanità e debolezza. Claudio Volpe è, come tutti in effetti, una persona che porta dentro di sé un certo senso di vuoto che, ricollegandoci a quanto detto prima, possiamo considerare come quella fame di vita che ci spinge ad essere solidali con gli altri, tendendo le mani e facendoci tirare su.

La debolezza, la fragilità, l’arrovellarsi la testa sui problemi dell’esistenza e sul dolore umano sono i pilastri del nostro sentire. Ognuno di noi è in grado di soffrire per un dolore capitato a qualcun altro o di immedesimarsi nella sofferenza altrui. Ecco: questo è ciò che guida Claudio Volpe nella sua scrittura, il desiderio, o forse la condanna, di volersi immedesimare nell’altro per farne proprio il dolore. Una scrittura del dolore potrebbe essere definita la sua e lui ne sarebbe molto contento perché è nel dolore che si genera la felicità come la luce nel buio.

Così giovane e già candidato al premio Strega. Cosa consigli a chi vuole cimentarsi nella scrittura? Ma, soprattutto, lo consigli?

Scrivere non è un qualcosa che si può decidere di fare o meno. È come un amore, come un bisogno quindi posso dire che chi sente di dover scrivere lo deve fare anche perché non potrebbe fare altrimenti. 

Consiglio vivamente di scrivere a chiunque si senta portato a dare una forma alle proprie emozioni, a cacciarle fuori per osservarle dall’esterno e cercare di comprenderle. La scrittura è questo: un viaggio di conoscenza e di scoperta prima di se stessi e poi del mondo, è un modo per esorcizzare i propri demoni e per costruire una civiltà senza paure. Quindi consiglio, anzi supplico chiunque abbia una scintilla dentro di scrivere perché le parole arricchiscono il mondo e la vita. 

Scrivere fa male certo, perché si resta nudi davanti a tutti, significa proprio spogliarsi lentamente davanti ad un pubblico di persone dando loro il tempo di osservarti mentre pezzo dopo pezzo ti denudi ma sono sicuro che ne valga la pena perché si tratta di una nudità che non porta vergogna ma un senso assoluto di leggerezza e felicità. Il Premio Strega per me è forse ancora un pensiero simile a quello che ho sempre avuto ogni anno quando sentendone parlare pensavo “chissà se capiterà mai a me”. Ancora non credo di aver davvero realizzato a pieno che sì, ce l’ho fatta. Per ora mi godo la felicità e un momentaneo senso di sazietà dovuto al fatto che questo mio primo romanzo e la conseguente candidatura allo Strega mi hanno portato rapporti umani nuovi e indescrivibili che valgono ben più di un premio seppur così prestigioso. 

Mi riferisco al rapporto con Dacia Maraini, una donna incredibile, di un’umanità e un’umiltà indescrivibili: lei è la mia già conseguita vittoria del Premio Strega. La Maraini è una di quelle persone che mi hanno afferrato dalla loro altezza e mi hanno tirato su, lo stanno ancora facendo e spero non smettano mai. Mi riferisco anche al rapporto con Rosa Manauzzi, una delle prime persone che hanno visto in me qualcosa in più del semplice talento nello scrivere e a quello con Gordiano Lupi, il mio editore che un giorno di marzo mi telefonò per la prima volta al cellulare dicendomi che aveva letto il mio manoscritto, che lo avrebbe pubblicato e poi che avrebbe fatto il possibile per presentarlo al Premio Strega. Tutti incontri che, ripeto, sono riuscito a trasformare in eventi fondatori.

Quali sono le persone, scrittori o meno, che ti hanno spinto ed influenzato nella tua strada verso la scrittura?

Ho amato molto, come lettore, la lettura in generale perché nella lettura trovi sempre le risposte che stai cercando, risposte che in realtà ti dai tu stesso interpretando da solo ciò che leggi. La lettura è uno strumento, un veicolo di opportunità e scoperta. Leggere significa reinventare se stessi e il proprio mondo e le storie, lette o scritte, come mi dice Dacia Maraini, servono a creare un mondo che sia fatto a nostra immagine e somiglianza, una vita che sia la nostra, che sia come l’abbiamo sempre voluta. 

Nella mia strada verso la scrittura sono stato influenzato, anzi spinto, da tante persone, da mia madre che mi ha da sempre riempito la testa di storie, favole e parole, a miei zii che ogni Natale improvvisavano con me spettacoli cantati da offrire ai parenti senza alcuna pretesa, anzi improvvisando. E ancora, il viaggiare ogni giorno in treno per andare all’Università perché il treno è un serbatoio di vite e di storie sena fine. Si potrebbe dire che tutte le storie possibili da raccontare sono già chiuse in un treno e che a noi tocchi solo captarle e trascriverle. 

Poi un giorno arriva l’incontro con le opere di Pirandello, degli scrittori russi e poi della Mazzantini e per me si è aperto un mondo: volevo scrivere come loro, con una scrittura che sembri una cavalcata. Poi è arrivato l’incontro con le opere della Maraini, quasi fosse un presagio della conoscenza che avrei fatto più tardi e questo incontro ha sconvolto tutte le mie idee: si può scrivere una storia che sia una cavalcata anche con una scrittura che sia un sussurro, una danza leggera. In questo momento sto riflettendo per far ordine nella confusione che ho dentro ma non so se poi voglio davvero ordinare questo caos. Come dice Nietzsche: solo chi ha il caos dentro può partorire una stella danzante.

Parliamo del tuo romanzo d'esordio, “Il vuoto intorno”, un romanzo che già dal titolo si presenta cupo ed in alcuni passi non esiterei a definirlo agghiacciante: come nasce una storia simile, come si fa a trovare la forza di costruirla e come leggerla senza subirla?

La forza di costruire una storia così dura si trova nella consapevolezza che il non detto fa più male del detto anche se a fatica. Le storie vanno raccontate, vanno regalate agli altri perché sono un momento di crescita. La storia de “Il vuoto intorno” è dura e cruda è vero, c’è dolore in ogni pagina, ma c’è anche tanto amore dentro e tanta voglia di farcela, di lottare, di conquistare. 

Ci sono parti difficili come quello della violenza sessuale di un padre verso la figlia che puoi raccontare solamente scrivendo e non rileggendo quello che hai scritto perché altrimenti finiresti per cancellare tutto e vanificare così la possibilità di porre all’attenzione di tutti una vicenda, tra l’altro realmente accaduta, di dolore e mostruosità umana. Questo romanzo ha destato la curiosità di molti lettori ma ha anche, come dire, turbato gli stessi. 

Io penso che venir turbati da una storia sia una cosa bellissima perché significa che le persone staranno lì a pensare e ripensare a quella vicenda narrata e ne sentiranno tutta la pesantezza e la difficoltà, faranno proprio il dolore di poche persone e lo renderanno universale. Il problema di questo nostro mondo è che ognuno tende a fuggire dal dolore proprio e altrui. 

Nessuno vuole più provare ad immedesimarsi nelle sofferenze altrui, il dolore spaventa, il male atterrisce, la violenza ci mette in fuga. Continuando così si rischia di diventare cinici, asettici, assuefatti, insensibili, inumani. La parola uomo deriva da una parola latina che significa terra e allora perché non sporcarsi con la terra, col fango, con quello che siamo. 

Una storia agghiacciante come quella de “Il vuoto intorno” ti costringe a riflettere e soprattutto ti obbliga a soffrire per una storia che non riguarderà te ma che comunque ha riguardato con certezza un altro essere umano e che quindi abbiamo tutti il dovere e il diritto di sopportare. Appunto perché siamo tutti fatti della stessa terra.

Cosa rispondi a quei critici che, pur parlando bene di te, ti giudicano un po' troppo intento a far colpo ad ogni costo sul lettore, catturarlo con una serie di emozioni forti, inserendo tutte le peggiori aberrazioni dell'animo umano in un unico libro?

Rispondo che questi hanno sicuramente ragione nel giudicarmi troppo intento a far colpo ad ogni costo sul lettore ma al contempo chiedo loro: cosa c’è di male nel voler far colpo sul lettore a tutti i costi tanto più quando tutto ciò serve a creare un maggior coinvolgimento e a trasferire il sentire e il vissuto di un personaggio sulla pelle del lettore? 

Non credo che esista una regola che vieti di catturare l’attenzione e l’animo del lettore. “Il vuoto intorno” è una cavalcata frenetica che si ferma di tanto in tanto per far riprendere il respiro ma così è la vita in realtà. La vita è veloce, corre, cavalca e io credo sinceramente che le parole debbano inseguirla  e provare ad afferrarla. D’altronde il vuoto è l’assenza di tutto ed è un qualcosa che ci circonda da ogni parte. Ecco dunque che le varie storie raccontare sono come punti di una circonferenza che circonda e non lascia via di fuga perché la fuga non è la soluzione. La soluzione è imparare a danzare dentro al cerchio.

Un pregio che invece sembra esserti universalmente riconosciuto è quello di una scrittura ricca, densa, colta. È la tua cifra stilistica o ritieni che ogni libro richieda uno stile suo, adattato alla narrazione?

È vero. La mia scrittura è molto densa, fitta, visionaria, quasi materiale e tangibile. Questo è il mio stile. Credo che ogni opera porti lo scrittore a variare il proprio modo di scrivere ma pur sempre dentro un solco ben definito. Lo stile il modo nel quale scriviamo quando non pensiamo a come farlo, è ciò che ci viene spontaneo, intuitivamente. 

Si può decidere di variare il proprio modo di scrivere per costruire una particolare storia ed esprimere un determinato significato ma io, personalmente, credo di voler restare sempre fedele al mio stile proprio perché voglio che la mia scrittura sia spontanea. Quando scrivo penso sempre ad immedesimarmi, a perdermi nella storia e divenire quasi un personaggio, a lasciar che la storia si costruisca da sé. Non penso affatto a come devo scrivere, a che parole usare o almeno non consapevolmente. Mi fido della spontaneità e di solito quello che il mio inconscio ha scelto per me mi soddisfa.

Vuoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri? Cosa possiamo aspettarci dalla tua penna per il prossimo futuro?

Sicuramente continuerò ad analizzare la natura umana in tutte le sue sfaccettature perché la complessità dell’uomo è ciò che mi affascina maggiormente e che, sinceramente, credo sia degno, nel nostro periodo storico, di grande attenzione. Grande attenzione perché gli uomini sembrano essere divenuti intolleranti alla solidarietà e ai rapporti interpersonali, assuefatti dal dolore, insensibili alla sofferenza altrui e invidiosi della felicità di chi ci sta attorno. La scrittura ha il compito di far comprendere che la sconfitta o la vittoria di un solo uomo sono la sconfitta o la vittoria dell’intera umanità. Sto pensando ad un lavoro breve sull’olocausto. Questa è una spina che ho nel fianco da sempre e che devo imparare a sopportare. Ci sono poi altri lavori molto ben definiti ma che devo ancora covare.

Prima di lasciarci, ci consiglieresti delle buone letture?

Potrei segnalare tante buone e importanti letture ma appunto perché sono davvero tante rischierei di dire tutto e nulla. Dico pertanto: leggete nelle persone che vi sono accanto, negli occhi spauriti, nelle mani sudate, nelle rughe dei volti,  nei gesti di pazzia, nei sorrisi abbozzati. Leggete nelle persone perché questa è la lettura che può salvarci la vita.

Grazie ed in bocca al lupo per la tua carriera di scrittore.

Grazie a voi per l’intervista e il sostegno sempre vivo e acceso.

A cura di Diego Rosato

2 commenti:

Reader's Bench ha detto...

Ringraziamo Claudio Volpe per la sua disponibilità ed essendo un nostro conterraneo gli facciamo i migliori auguri!

claudia peduzzi ha detto...

Prevedo un futuro di successo....quando vedo il mio pensiero espresso magnificamente, mi sento fiera di me anche se non l'ho scritto io

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