Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

20 marzo 2012

FUORI DAL MONDO – PER ANTONIO DELFINI



Il caso, l'occasione che fa scrivere Delfini è una cognizione di realtà; è uno sguardo chino sull'abisso di sproporzione fra la vita reale e la vita immaginaria o sognata, fra le promesse dell'esistenza e gli spiccioli che restano. “La vita” dice Penna “è il ricordarsi di un risveglio.”

Cesare Garboli, prefazione ai Diari. 


La storia di Antonio Delfini è il racconto di un sogno infranto. La sua figura di intellettuale disimpegnato, di scrittore distratto, di animo nobile votato allo spreco, fa fatica a trovare una sua collocazione, quasi a non permetterci di dire: sì, Delfini era fatto così. 

Modenese, classe 1907, figlio di un'agiata famiglia in procinto di decadenza, Delfini consumò la propria esistenza tra la natia Modena e Viareggio, tra la tenuta nobiliare di Cavezzo e Roma: fu uno scrittore atipico, che ci ha lasciato soprattutto racconti, brevi prose, un celebre diario e una raccolta di poesie, scritte quando ormai la vita gli stava crollando addosso, le Poesie della fine del mondo.

Mescolava leggerezza e apparente approssimazione a improvvise impennate liriche, a squarci di sofferto e tutt'altro che scontato acume: lui leggeva il mondo e le persone dal tavolino di un bar, appuntando su un foglietto le osservazioni minute di un giorno di pioggia o di sole; era un uomo all'apparenza svagato, ma era tutta una scena. Nel profondo covava la tristezza dei grandi, quella che nasce da una profonda e meditata consapevolezza del mondo, distillata, negli anni della fine, in un realismo cocente, culminato nella semiseria presa di posizione politica espressa nel Manifesto per un partito conservatore e comunista, anche in questo caso passato inosservato, documento della ossimorica, fluttuante concezione politica di Delfini (fascista della prima ora senza nessuna convinzione, strenuo oppositore del PNF negli anni trenta, quando il fascismo era all'apice del consenso). 

Di Delfini ci si è interessati a tratti. Il primo a occuparsi seriamente di lui fu Cesare Garboli, il grande critico, che dello scrittore fu amico e in un certo senso allievo, e che scrisse la controversa prefazione ai suoi Diari, nel 1982: un testo fondamentale per capire l'universo Delfini, un saggio letterario di prim'ordine, tanto indispensabile e bello quanto ingiusto nel risolvere l'enigma Delfini sminuendolo, confinandolo ad un tentativo malriuscito di letteratura provinciale. Garboli tornerà sui suoi passi in seguito, ma questa è un'altra storia. 

Ciò che rimane è la testimonianza offerta dal saggio: una lettura di prima mano su uno scrittore facile da amare e difficile da capire. Su un fatto Garboli ha visto giusto, da subito: Delfini ha la capacità di sedurre più attraverso il proprio personaggio che non attraverso la scrittura, che è in un certo senso incidentale rispetto al carattere dell'uomo; ci si accosta a Delfini per come è lui, e poi si scopre che è anche un grande scrittore, capace di almeno tre testi che da soli valgono la carriera di molti pennaioli senz'arte né parte: Il ricordo della Basca, Il ricordo del ricordo e il bellissimo Storia d'amore intorno a un quaderno smarrito. 

Sono storie che hanno il sapore di un pomeriggio trascorso con gli amici, di un cappuccino con un collega, di una bigiata di gruppo: storie che non sono apologhi, né tantomeno esempi, ma acquerelli della nostra noia immersa nella noia del tempo, della semplicità degradata ad automatismo, quando non è più possibile distinguere la mancanza di possibilità dalla mancanza di volontà.

In un passaggio particolarmente ingeneroso, Garboli sostiene che Delfini “scriveva a caso, quando la noia, l'ozio, l'angoscia erano intollerabili.” Mi permetto di dire che forse le cose non stanno proprio così. Delfini era un uomo che si era volutamente (?) posto ai margini del mondo, e da lì si era preso carico dell'aspetto marginale di tutti noi: lo aveva indagato, lo aveva scrutato e alla fine lo aveva reso in forma scritta, fino a farne uno stile, il suo stile. 

Da questo punto di vista in Delfini ogni testo è un diario e insieme un racconto: la vita non conosce differenze rispetto all'arte, la compenetra, ma in senso perverso, un senso che non conosce linee di demarcazione e che col tempo ha determinato il crollo fisico e psicologico dello scrittore modenese: d'un tratto Delfini perse l'equilibrio tra levità e disperazione, e sprofondò nell'abisso. 

Antonio Delfini autore frammentario, è forse l'unica etichetta che riusciamo ad appioppargli, ma anche l'editoria non scherza: in tanti anni c'è stato solo un progetto di pubblicazione delle opere complete, tentato dalla Einaudi e naufragato quasi subito, giusto il tempo di dare alle stampe i Diari, ormai introvabili se non sul costoso mercato del collezionismo. Da lì in poi edizioni di nicchia, sparpagliate, un po' casuali, l'ultima delle quali è anche quella che ho letto io: Autore ignoto presenta, risalente ormai a diversi anni fa, dove è presente una scelta ragionata e corposa dei testi delfiniani (certo, sono escluse le poesie) arricchita da un saggio illuminante di Gianni Celati e da una densa postfazione di Irene Babboni. 

Ci si deve accontentare delle scintille di Delfini. Ma mai dire mai, forse era proprio ciò che desiderava. 

A cura di Ariberto Terragni, che trovate anche sul suo Quaderno Sepolto.

Suggerimento alla lettura:


Autore ignoto presenta di Antonio Delfini e  Gianni Celati, Einaudi, 370 pagg, 24.00 euro

1 commenti:

Reader's Bench ha detto...

Un altro autore da appuntare in agenda ...

Posta un commento

Lascia un commento!