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1 febbraio 2012

PER PURO SPIRITO CRITICO


I percorsi narrativi non sono mai semplici. Sono tortuosi, qualche volta perversi. Di Dylan Dog non sono mai riuscito a leggere più di due, tre storie alla volta, per poi riprenderlo in mano solo dopo un intervallo più o meno consistente. Come mai?

La ragione non sta tanto nella ripetitività (o se si preferisce nella ridondanza) di alcuni oggetti ricorrenti, di alcuni tic, di alcune manie che servono a rendere familiare il personaggio. No, se la storia è buona si può soprassedere. Il guaio è di natura più prosaica. 

Nel suo antidivismo a tutti i costi, Dylan Dog finisce per diventare vittima di se stesso: così anticonformista da risultare alla fine un sottoprodotto del più rassicurante politically correct. Dylan è un ex alcolista, e in quanto tale non tocca un goccio e beve tè. Dylan è assolutamente tollerante, anti razzista, di larghe vedute. Non gli interessano i soldi, non gli interessano le mode. In più, nonostante la vita sregolata è bello e atletico, piace alle donne, se ne porta a letto quasi una a storia, e se qualche volta va in bianco è perché la lei di turno o è una pazza assassina o in fin dei conti non si merita cotanto personaggio. 

Il cortocircuito logico assume una forza preponderante nell'economia di ogni storia: così marginale, così emarginato da risultare sempre vincente. E sempre nel giusto. L'errore, in Dylan Dog, diventa la carta vincente, la chiave di volta per imporsi, come esempio di coraggio e abnegazione e al tempo stesso di anticonformismo e sprezzo dell'autorità.


Ma, come dire, non si può avere tutto. Ed è così che la verosimiglianza (fatto strano in una serie che di verosimile non ha nulla, ma qui si parla si verosimiglianza interna, cosa che deve esserci anche nella fantascienza più sfrenata) va a pallino. L'equilibrio su cui si basa la caratura del personaggio si stempera, ha qualcosa di poco chiaro e di irritante. Il limite di Dylan Dog è il dylandoghismo: l'essere se stesso fino alle estreme propaggini del buonismo e del qualunquismo. 

Io credo che la personalità di Dylan trasposta nel reale risulterebbe presto insopportabile anche ai più bendisposti. Stiamo parlando di una creatura di fantasia, lo sappiamo, ma lo stesso lo scollamento tra i tratti necessari del suo carattere e ciò che invece fa da ornamento risulta assai improbabile: non un indagatore alla Chandler, non un Bogart in bilico tra legalità e illegalità, ma un campione di virtù sotto le mentite spoglie di loser a tutti i costi.

C'è un sottofondo di disonestà artistica in questa contraddizione, perché prima o poi, dopo oltre un quarto di secolo di vita, sarebbe anche ora di andare a parare da qualche parte, sottraendo all'indagatore dell'incubo il suo alone undestatement per rivelare ciò che di fatto sottende: una carica smodata di divismo. Forse necessario per imporsi come albo di punta dell'intero panorama italiano. Sicuramente interessante vista la longevità del successo e il favore del pubblico.

Ma mi pare un nodo irrisolto nella storia di Dylan Dog.Va da sé poi  che anche le idee migliori, nel tempo, mostrano la corda. E in questo senso l'abbandono progressivo di Sclavi non ha dato una mano all'innovazione delle storie. Ci sono serie di levatura artistica considerevole che ad un certo punto hanno deciso di chiudere i battenti (mi viene in mente quella di Ken Parker). 

Non so se sia il caso di Dylan Dog, ma di certo l'identificazione tra il personaggio e il suo creatore, nel tempo, è andata sfilacciandosi, e ciò che valeva nel 1986 o anche solo dieci anni fa oggi non può più accreditarsi come attuale. In altre parole quel processo di osmosi tra la mente del creatore e l'azione di Dylan Dog è andato perdendosi, annacquandosi, in una specie di strada senza uscita, di terreno anonimo.


D'altra parte se le storie di Poirot o di Sherlock Holmes o di Marlowe avessero avuto qualcun altro a scriverle non sarebbe stata la stessa cosa. Né i personaggi avrebbero tollerato un'altra contestualizzazione, a meno di non voler scadere nella emulazione di uno stile. 

E l'obiezione che una serie di fantasia non debba o non possa rispecchiare il contesto temporale in cui si propone mi pare discutibile, a meno che, ancora una volta, non si accetti lo steccato tra fumetto d'autore e fumetto popolare. 

Ma sono questioni forse secondarie. D'altra parte i meriti di questo albo vanno ben oltre gli eventuali difetti, e, tenute conto tutte le riserve, nessuno è in grado di fare previsioni sul futuro. Se continuerà l'affetto del pubblico o se sarà necessaria una virata. Sono fenomeni che mi rifiuto di prevedere. Come imprevedibili sono i colpi d'ala e le belle storie. 

A cura di Ariberto, segui il suo Quaderno Sepolto
La prima immagine dell'articolo è stata realizzata in esclusiva da Mattia Galliani, date un'occhiata al sito e al blog.

Questo articolo fa parte di uno speciale dedicato a Dylan Dog, leggi anche la prima e la seconda parte.

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