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18 gennaio 2012

Recensione | IL FIUME DELL'OPPIO (Amitav Ghosh)

Ghosh è un grande narratore e sa usare la lingua come solo un grande maestro sa fare, è indiano ma scrive in inglese e in "pidgin" la lingua dei marinai che nell'ottocento solcavano i mari dell'Oceano Indiano e dei mari cinesi e del sud est asiatico; un misto di inglese, cinese, malese e vari dialetti indiani parlato dai marinai delle golette e dei clipper.

La storia è avvincente e parla della goletta Ibis che durante una tempesta perde alcuni degli uomini che trasportava, uomini incriminati per vari motivi e diretti ai campi di lavoro delle Mauritius. I nostri personaggi riescono a scappare durante la tempesta ed iniziano quindi le loro avventure in incognito in giro per l' Asia.

C'è Neel, un maraja ricchissimo caduto in rovina per debiti di gioco e che ora è diventato l'aiutante del ricchissimo indiano Barry, commerciante di oppio con una famiglia in India ma con una seconda vita e seconda famiglia a Canton, egli mette tutto il suo denaro ed il suo destino in quell'ultimo carico di oppio ma finirà male, molto male perché scoppieranno le guerre dell'oppio e quindi perderà tutto compreso il vero amore.

Poi c'è Freddy o Ah Fat, il figlio illegittimo di Barry e di Chin Mei, anche lui si è cacciato nei guai ed ora cerca l'amore del padre ed una nuova vita.

C'è Paulette che si trova un lavoro su una nave di un marinaio-botanico inglese che solca i mari ed esplora le isole d'Oriente in cerca di piante preziose e soprattutto della pianta più preziosa di tutte, un parente della camelia da tè, la Camellia aurea, nessuno sembra averla mai vista tranne che in un dipinto e i due personaggi sembrano essere sul punto di averla trovata ma lo scoppio della guerra farà perdere anche quell'occasione. Secondo la leggenda la Camellia aurea è una pianta miracolosa con poteri medicinali, chi ne beve l'infuso diventa centenario in salute e prosperità.

C'è poi Robin Chinnery il figlio di un famoso pittore che cerca l'amore e le felicità a Canton e scrive bellissime lettere alla sua cara amica Paulette sperando sempre di aiutarla con la sua ricerca botanica.

E poi c'è la Storia, raccontata dall'autore con precise sottigliezze e ricerche storiche approfondite sulla Canton del periodo precedente alle guerre dell'oppio, una città che non esiste più, dimenticata, con la cittadella dove potevano vivere solo i cinesi e con la Fanqui-town l'unica zona dove gli stranieri potevano vivere e circolare liberamente. Era composta da varie factory straniere, delle ambasciate dove avevano sede le organizzazioni commerciali dei vari paesi occidentali e poi pensioni, bettole e  botteghe. 

Leggendo le avventure dei vari personaggi mi è sembrato di viverci nella Canton dell'epoca, anche solo per un momento.

Nel libro si parla anche di tè, la camelia ricercatissima dagli inglesi che volevano trovarla ad ogni costo per poter iniziare le loro coltivazioni in India e poi c'è un aneddoto molto simpatico, la nascita del Masala chai, il tè al latte indiano.

I cinesi erano ben consapevoli del valor delle loro piante e non volevano cederle agli occidentali, come invece facevano altri popoli, così il tè bisognava comperarlo per forza dai cinesi che lo bevevano alla loro maniera tradizionale. Mister Barry invece che viaggia sempre con la sua ciurma e con la sua nave, quando si trova a Canton preferisce trasformare il tè in una bevanda più "indiana" e così il suo cuoco, Mesto, si vanta di aver inventato il  garam-cha, una bevanda fatta con foglie di tè, latte e garam masala, il mix classico di spezie indiane. 

La ricetta spopola fra gli "Accha", gli indiani di Canton mentre i cinesi (intolleranti al latte) lo trovano una bevanda disgustosa.
Un romanzo che rimette al primo posto sul podio l'avventura, il romanticismo e la Storia

A cura di Nicoletta, visitate la sua Finestra sul Té

"Il fiume dell'oppio" di Amitav Ghosh, Neri Pozza, 586 pagg, 18.00 euro
 Voto 10/10


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