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20 gennaio 2012

L'esperienza di un giovane scrittore di Claudio Volpe


Gli amici di Reader’s Bench mi hanno chiesto di descrivere cosa significhi esordire nel mondo della letteratura a ventuno anni. Rispondere è difficile perché ci sono cose che vivi dentro, che ti trapassano o che semplicemente sono dentro di te da sempre e ti abitano come l’inquietudine abita l’artista e la bellezza lo spirito dei bambini.

È stato come prendere consapevolezza di sé e del proprio mondo interiore, come liberare una storia che da un momento all’altro si sente di avere in gola, liberando al contempo se stessi. La scrittura è un viaggio verso l’ignoto: è lei che guida, lei che comanda, lei che detta le regole. 

Forse la storia si compone da sé mentre l’autore è semplice strumento di questo piccolo miracolo umano. Un giorno, dunque, capita che fai un movimento, uno uguale a tutti quelli che hai sempre fatto, ma in quel momento preciso, che è lui e non un altro, ti rendi conto che qualcosa è accaduto, che qualcosa si è rotto o forse che qualcosa di nuovo è nato in te.

Senti come una punta, come un cucuzzolo aguzzo di una montagna che ti cresce dentro e ti chiama per conquistare il suo posto nel mondo. Allora ti metti al computer e scrivi, batti i polpastrelli sui pulsanti neri del pc e incastri gli occhi sulle tue dita che premono, non guardi il foglio bianco, quasi per nulla ti curi di lui. Scrivi. Scrivi e ti senti felice senza un motivo, senza un senso. 

Scrivi e percepisci come un brivido di liberazione, come uno stomaco vuoto che ha rigurgitato per intero un pasto indigesto e ora sta bene. Ora respira. Mentre premi sui pulsanti, con una mano apri il quaderno delle tue frasi, quello che hai sempre appresso e sul quale annoti le tue idee, i tuoi pensieri, i tuoi scatti di rabbia, impeti di gioia, parvenze d’amore, illusioni di comprensione, percezioni di verità, sensazioni di vita. 

E sfogli le pagine in cerca di quella frase, che è lei e non un’altra, da poter inserire nel testo tra un personaggio e un altro, tra un gesto e il suo contrario, tra una vita e la sua negazione. Capisci di essere sulla giusta strada quando ti accorgi di non voler lasciare la tua scrittura e quelle parole che stai componendo e quel brivido che stai provando e che ti sta sconquassando le interiora. 

Capisci di non poter chiudere il pc come se lo smettere di scrivere fosse gesto quotidiano da poter posticipare al giorno dopo. Capisci che quel tuo scrivere non è un qualcosa di procrastinabile, che le emozioni non possono essere sospese e che il dolore, nel suo farsi parola non si presta a interruzioni. 

Allora alzi la mano nella quale stringi il tuo quaderno e poi alzi l’altra nella quale stringi magari il vuoto e le unisci come in una preghiera. Poi ti strofini gli occhi e lo fai per rassicurare quei tuoi occhi stanchi che l’indomani sì, tornerai a scrivere e per convincerli che a notte fonda è forse opportuno riposare.

Quando sei a letto ti rigiri tra le coperte e col buio della stanza nella mente pensi e ripensi alla storia, ai personaggi, alle frasi che hai in testa e pensi alla vita e alla felicità e a come esprimere nella tua storia concetti che non riesci probabilmente neanche a metabolizzare. 

La parola è la casa dell’essere diceva un certo filosofo. E aveva ragione. La parola segna i confini della nostra esistenza, da spazio al nostro vivere, fa vivere il nostro essere. Ti addormenti, finalmente, con la bocca della mente che continua a muovere le sue labbra e magari la notte sogni un pezzo di storia, un pezzo di vita. 

E quando il giorno dopo riprendi a scrivere, tra un esame universitario e l’altro, tra una corsa al teatro e un salto in libreria ti senti più ricco, ti senti in pace con te stesso anche se in continua lotta. Ma in fondo la scrittura è questo: momenti di conciliazione che abitano a piccoli sorsi un’anima in perenne conflitto. 

Quando poi hai il tuo romanzo bello e pronto, tutto corretto e farcito da tutte le tue aspettative e il tuo amore, lo affidi tra le braccia di coloro che hanno il potere di innalzarti o di demolirti. Cerchi un editore, gli mandi il tuo lavoro, attendi. Qualche volta giunge una risposta. Qualche volta il tuo lavoro piace. Qualche volta il tuo manoscritto diventa un libro vero. 

E ti ritrovi allora a ringraziare la storia che si è fatta scrivere da te. La ringrazi perché ti ha condotto fino al banco di una libreria. E intanto, inizi a cercare parole nuove per svuotare ancora la tua anima e per dar forma alle tue inquietudini. A quelle scosse di emozioni che ci rendono umani.

A cura di Claudio Volpe


Claudio Volpe è nato a Catania nel 1990. Ora vive a Pontinia. Ha frequentato il liceo classico di Latina e attualmente studia Giurisprudenza all'Università di Roma Tre. Scrive la sua prima poesia a dieci anni, a diciasette riceve una menzione speciale per la pace dalla Società Dante Alighieri. Nel maggio del 2011 pubblica con Edizioni Il Foglio, il primo romanzo Il Vuoto Intorno.





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