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31 gennaio 2012

CARO DYLAN


Giacca nera, camicia rossa, jeans e Clark's ai piedi. E' la divisa d'ordinanza di Dylan Dog, indagatore dell'incubo, domiciliato a Craven Road, Londra. 

Il primo elemento ricorrente è proprio l'abito: che forse non fa il monaco, ma fa il personaggio. Il fisico secco, asciutto, cucito da Angelo Stano sulle visioni mefistofeliche di Egon Schiele, più un tocco di Rupert Everett. Un investigatore sui generis che si muove nelle nebbie inglesi, un prodotto italiano al 100 % che ha trovato la sua collocazione al di là della manica, alle prese con zombie, ufo, alieni, creature degli inferi, ma anche pazzi sanguinari, serial killer, sette sataniche e via di questo passo. 

Dylan e i suoi amori. Dylan e il suo galeone. L'ineffabile Groucho, attore disoccupato di cui si ignora persino quale sia il vero nome. Sono tanti gli elementi che ricorrono, ma chissà perché ogni volta i tasselli si assemblano in modo diverso: a poco a poco ogni dettaglio si chiarisce, o forse no, forse la strada è solo destinata a complicarsi ancora, a portare su una falsa pista, o su una pista parallela. 

 
Siamo di fronte al tipico caso in cui è difficile schedare sotto la voce genere. Perché Dylan Dog è un fumetto – ma potremmo anche dire un micidiale dispositivo letterario – che per sua stessa conformazione accoglie e accetta ogni sfumatura: dall'horror allo splatter, dal giallo alla commedia. Se contassimo tutti i personaggi che si sono succeduti sulle pagine degli albi fin qui pubblicati penso avremmo una bella sorpresa: ci troveremmo di fronte ad uno spaccato di umanità tanto vario quanto complesso, in cui è facile ritrovarsi ma altrettanto facile perdersi. 
 
Io credo che l'elemento davvero nuovo, spiazzante, che ha permesso a questo piccolo grande fumetto di imporsi fin dall'anno della sua uscita (il 1986) sia stato proprio l'aver miscelato con cura gli ingredienti fino a sfornare un prodotto genuino, privo di impurità proprio perché frutto della contaminazione più sfrenata tra gli elementi più diversi. 

 
Sclavi, con le sue storie, ha letteralmente fatto saltare per aria la sintassi logico simbolica che di norma accompagna le fiction dedicate al grande pubblico: provare per credere. 

Leggendo le peripezie di Dylan ci si può trovare in territori psichici pericolosi, in bilico, che rompono i legami della logica. Da qui la vera, grande paura. Le trame non sono architettate per rassicurare, semmai il contrario: sono bombe ad alto potenziale. Sfuggono, non si lasciano agguantare proprio perché mettono a dura prova la capacità cognitiva di chi legge, costringono ad adottare continuamente un punto di vista diverso. 

Un esercizio che non risulta gradito a tutti. Perché diciamocelo: Dylan Dog non è nato per avere successo. Lo ha avuto nonostante tutto, potremmo dire. L'indagatore in camicia rossa ha mandato all'aria gli steccati che dividevano il fumetto d'autore da quello popolare, ma non solo: ha avuto la meravigliosa presunzione di andare a competere con le stelle letterarie tout court, andando a snidarle sul loro campo, ossia sulla qualità narrativa.


Una scommessa, forse un azzardo, ma vincente. Al punto che oggi come oggi possiamo considerare molte avventure di Dylan Dog (soprattutto le prime sceneggiate da Sclavi) ad un livello più alto di molti best seller che hanno affollato le vetrine dei tardi ottanta e novanta, e di cui ora non si ricorda più nessuno. L'alba dei morti viventi, con la bellissima copertina di Claudio Villa, è invece ancora lì, scolpito nella memoria, il segno tangibile che c'è stato un prima e c'è stato un dopo.
 
Ma perché questo successo? Ci sarà sicuramente gente che ha risposte migliori delle mie. Esperti di questo e di quello capaci di tenere banco una serata intera sui movimenti sociologici che hanno portato un azzardo editoriale a sbancare e a reggere per tanti anni. La mia risposta è in fondo molto semplice: con Dylan Dog si è insinuata anche in un mondo di solito benevolo come quello del fumetto la seduzione del male. 

Seduzione, perché il male in Dylan Dog non è solo terrore e spavento, ma un lento scivolare, un movimento a spirale che finisce per soffocare anche le persone più comuni, quelle che non diresti mai. I mostri certo, ma qualche volta i mostri siamo noi. 
 
Credo che la serie ideata da Sclavi sia una delle meno consolatorie che si siano mai viste sul mercato editoriale fumettistico, e che per contro sia una delle poche che abbia avuto il merito (e anche l'ambizione, non c'è nulla di male) di alzare lo sguardo verso un orizzonte dove non sono sempre i buoni a vincere e dove in generale il tasso di casualità degli accadimenti si fa qualche volta intollerabile. Come in un incubo, appunto.

A cura di Ariberto, date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto 

La prima immagine dell'articolo è stata realizzata in esclusiva da Mattia Galliani, visitate il sito e il blog.


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