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10 dicembre 2011

Oltre il conflitto: società civile e democrazia in Medio Oriente ed Asia



Venerdì 9 dicembre, Sala Turchese

Come è cambiato l’Afghanistan in questi 10 anni dalla caduta del regime talebano? Quanto poteva esser fatto in più per aiutare un popolo alla ricerca di una sua identità ben precisa, per poter proseguire da solo verso il futuro?

Questo e altri temi, su questo paese conosciuto a volte solo per la guerra e per gli attentati, sono stati al centro della conferenza “Oltre il conflitto: società civile e democrazia in Medio Oriente ed Asia”.

Presenti all’appuntamento i giornalisti:


Giampaolo Cadalanu, appartenente alla redazione esteri di Repubblica. Ha collaborato con testate come il Corriere della Sera, L’Espresso, Panorama e L’Europeo.

Giuliano Battiston, giornalista free-lance, scrive per le pagine culturali de Il Manifesto, per Liberazione, per le riviste Lo straniero e Lettera Internazionale.

In sostituzione dell’assente Emanuele Giordana, ha partecipato all’evento Enzo Mangini, anche lui appartenente al movimento Afgana e all’associazione indipendente di giornalisti Lettera 22. Ha lavorato per Il Manifesto e attualmente lavora nella redazione del settimanale “Carta”.

La presentazione del saggio “Società civile e democrazia in Medio Oriente e Asia” edito da O Barra O Edizioni, è stata veicolata attraverso l’analisi della situazione civile e culturale dell’Afghanistan, che è solo uno dei tanti paesi asiatici trattati nel libro curato da Elisa Giunchi.

Giampaolo Cadalanu ha iniziato presentando brevemente il tema dell’incontro.



L’Afghanistan come è oggi, risulta un paese molto cambiato rispetto a dieci anni fa. La presenza costante di occidentali nel paese ha portato i giovani afgani a rientrare in quel flusso di informazioni e scoperte mondiali che, dall’avvento dei talebani, fino alla loro caduta, gli era precluso.

Ma nonostante molti cambiamenti siano avvenuti, a suo avviso, molto ancora c’è da fare e troppo spesso capita sui giornali nostrani, a volte anche in maniera superficiale, di veder parlare di questo paese. Le uniche notizie che arrivano sono quelle da prima pagina come gli attentati o le scuole che vengono ricostruite, a volte, anche per farsi pubblicità, quando invece l’Afghanistan è un paese molto più profondo e complesso e avrebbe bisogno di un attenzione maggiore da parte della comunità internazionale.



Giuliano Battiston, è intervenuto analizzando la situazione attuale dello stato afgano. Molto spesso si cerca di puntare ad una occidentalizzazione o a una democratizzazione forzata di un paese, invece di piantare i semi di base, affinché poi questo processo si sviluppi poi da solo.

L’Afghanistan è un paese nel quale per anni la divisione gerarchica è stata al livello dei villaggi, che sono la maggior parte del paese, ma che vengono considerati meno rispetto alle grandi città, che fanno notizia e che nonostante tutto sono lontane dal potersi considerare occidentalizzate. 

Il forzato tentativo di renderlo un paese occidentale ha portato a non considerare queste piccole realtà rurali, che fanno parte del tessuto culturale del paese.

Troppo spesso la comunità internazionale, invece di coinvolgere il popolo afgano nello sviluppo e nella ricostruzione, si è affidato a delle ONG, che hanno provveduto a realizzare alcuni progetti, ma che risultano poi slegati dal contesto sociale del paese.


Nell’ultima parte della presentazione, Enzo Mangini, ha presentato il progetto dell’associazione Afgana, che si propone di riuscire a sensibilizzare la comunità nazionale e internazionale sui problemi dell’Afghanistan.

A 10 anni dalla fine del conflitto, troppi soldi sono stati investiti in quel paese senza però riuscire a sviluppare risorse vere e proprie. Le città hanno ancora problemi di strade inesistenti, problemi al sistema fognario, non hanno ancora l’acqua potabile ovunque, idem per l’illuminazione, ed in più il paese, invece di essere aiutato a sfruttare le proprie risorse, è costretto ancora ad importare quasi tutti i beni di prima necessità dai paesi vicini. Invece ad esempio di creare grandi magazzini frigo di stoccaggio per la carne di pollo, si continua ad importarla con grandi costi, perdendo una risorsa fondamentale del paese.

I giovani talebani pian piano stanno sviluppando una propria coscienza politica, riuscendo a colmare il loro gap culturale. Un simpatico esempio è stato presentato dal fatto che la loro conoscenza dell’Italia, essendosi fermato agli anni ’80, li porta ad avere sulle bancarelle di Kabul, tantissimi dvd del telefilm “la Piovra”, ancora oggi molto apprezzato.

Le donne oggi possono studiare, e sono presenti con una buona percentuale in parlamento, ma si ha anche la paura, che in futuro i talebani, possano forzare la mano e chiedere di far decadere questi diritti conquistati così a fatica, concedendo in cambio la pace che tanto si cerca.

Il libro, come precedentemente accennato, presenta analisi simili di molti paesi del medio-oriente e dell’Asia, dall’Afghanistan appunto al Tajikistan, passando per il Pakistan, la Cina e la Corea del Nord, che, pur con le loro mille differenze culturali e politiche, hanno ancora molti problemi comuni, dei quali si dovrebbe parlare più spesso.

Se siete interessati a saperne di più, vi rimando al sito di Afgana: http://www.afgana.org/

A cura di Davide

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